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Sono Patrick Talom, handicappato motorio….

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Patrick è un giovane camerunese, cui un incidente stradale ha sconvolto i progetti, ma non la fede. Racconta qui la sua storia.

Sono Patrick Talom, handicappato motorio; oggi, per miracolo della provvidenza, studente all’Università cattolica di Lille, in Francia. Vivo da solo in una residenza universitaria. Desidero formarmi per diventare più autonomo e formare a mia volta altre persone a meglio ascoltare, accompagnare, sostenere persone sofferenti o portatrici di handicap. Mi formo per conoscere la Parola.

La mia vita si è capovolta un 31 agosto 2005 a Bafang, in Camerun: mi sono ritrovato in fondo a un precipizio dopo un incidente stradale che mi rende paralizzato a vita, obbligato a un letto o a una carrozzella. Ho una doppia incontinenza, con una sonda permanente nascosta sotto i miei pantaloni. Faccio fatica a stare lunghe ore seduto. Una situazione molto dura psicologicamente, fisicamente, spiritualmente e anche materialmente. Mi ero laureato allora da appena un mese ed ero stato ammesso alla Scuola della fede nella diocesi di Coutances, in vista di un discernimento per una piena consacrazione al Signore. Ero molto impegnato nelle attività della pastorale dei giovani della mia diocesi.

La mia famiglia ed io abbiamo deciso di perdonare all’autista che mi ha paralizzato la vita. Il perdono è stato il primo gesto individuale e collettivo dopo il mio incidente. Perdonare per amare, perdonare per liberarsi, amare per andare avanti con serenità. Perdonare non mi restituiva i piedi, ma è un cammino di guarigione interiore molto importante. Non potevo pregare dicendo: “Padre nostro che sei nei cieli…, rimettimi i miei debiti come anch’io li rimetto ai miei debitori…”, senza aver perdonato a quell’autista. Rifiutare di perdonare sarebbe stato paralizzarmi due volte.

Quando ieri si serviva gli altri e oggi ci si ritrova dipendenti dagli altri per lavarci, vestirci e nutrirci, la vita ha ancora un senso? Ho chiesto a Dio: “Signore, è forse questa la mia nuova vocazione? Mi chiami forse a percorrere un sentiero di dolore?”.

La vocazione non è fare delle cose per piacere alla gente o per impressionare Dio, ma essere là dove Dio vorrebbe che siamo e compiervi la sua volontà. Ma com’è possibile sentirsi chiamati a qualcosa quando si soffre? So che Dio non ci lascia entrare nella tentazione, tuttavia la sofferenza e le prove espongono alla tentazione di non credere più, di disperarsi, di lasciar cadere le braccia. Così, vengo ai piedi della croce di Cristo a consegnare i miei dolori, perché Dio non è distratto, e nelle Sacre Scritture voglio attingere la forza e la speranza di ogni giorno.

Bisognava andare a cercare molto lontano l’energia sufficiente per avanzare. E Dio mi ha accordato questa grazia. La grazia è la prima cosa che devo nominare in questa forza di vivere: quella di sorridere malgrado i dolori, di accettare una situazione che, vista dall’esterno, è un dramma. Dall’interno, lo confesso, non è per niente facile. Ma “se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31). Non tutto viene necessariamente da Dio, ma egli permette a volte degli avvenimenti che, pur dolorosi, ci uniscono alla sua santa Passione, per rafforzare la nostra fede o per edificare le persone attorno a noi.

Anche per custodire questa grazia, le Sacre Scritture sono rimaste la mia luce. Davide mi ha insegnato il coraggio di andare avanti e far fronte alle difficoltà. Abramo mi ha riempito di speranza e Giobbe della sua fede. Ho ricevuto la grazia di abbandonarmi a Gesù e di confidare in Maria e nella sua intercessione.

Poi, c’è questa famiglia meravigliosa: i miei genitori, mio fratello e le mie sorelle. Sono stati sempre presenti; numerosi amici che nel mondo sono per me una ragione di vivere, perché la magia della loro preghiera è un mantello che mi avvolge ogni giorno. Infine, niente di tutto questo avrebbe potuto portare frutto se io avessi rifiutato di lottare. Allora ho accettato di lottare senza scoraggiamento. Accettare che vivere è già una grande vittoria e che domani è un altro giorno.

So che vivere è già un segno dell’immenso amore e della grande misericordia di Dio. Più profondamente, considerando gli insegnamenti ricevuti durante la mia decina d’anni come animatore dei giovani nella diocesi di Bafoussam, è venuto per me il momento di vivere in pratica quanto ho potuto dire in parole. Presentandomi come peccatore davanti a Dio, mi ricordo dell’appello di papa Giovanni Paolo II durante le Giornate mondiali della Gioventù a Roma nel 2000, cui ho partecipato: “Non abbiate paura di essere i santi del nuovo millennio”: voglio, come Pietro sul lago di Tiberiade, nuotare verso il Signore per dirgli che lo amo e che so che egli mi ama.

Trovo nella Vergine Maria la forza di poter meditare nel silenzio del mio cuore gli avvenimenti della vita, accogliendo ogni giorno come un dono di Dio, vivendo della sua provvidenza e convinto che la sua misericordia veglia e veglierà sempre. Sono convinto che Dio non giudica sui piedi che non ho, ma sulle mani, il cuore, la bocca e il suo divino Spirito che ha messo in me. Così, il mio stato di paraplegico diventa una scuola in cui il Cristo stesso è il mio istruttore. I suoi pensieri non essendo i miei pensieri, il suo tempo non essendo il mio tempo, la fiducia essendo la relazione d’amore che mi unisce a Lui. Non ponendomi nessuna domanda, tutto quello che posso dire è: “Gesù, ho fiducia in te”.

e.mail : Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; i suoi libri: www.leseditionsdunet.com

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