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Salire e guardare dall’alto

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Dopo tante lettere scritte dall’Africa, dal Mozambico, dove vive da sei anni, stavolta p. Andrea Facchetti, saveriano, scrive dall’Italia, dove si trova per un tempo di riposo. Ecco alcuni stralci della prima parte della sua lettera.

L’Africa vista dall’Italia

Un giorno di fine luglio, salgo al rifugio Pedrotti, 2491 metri di altezza, sulle Dolomiti del Brenta. Salgo piano, da solo, tra boschi di faggi e di abeti, nel silenzio cadenzato dai passi e mosso appena dal canto degli uccelli e da una brezza lieve. Gradualmente, il sentiero ripido si lascia indietro gli alberi e si circonda di muschi e fiori che crescono tra la pietra nuda, accanto ai ruscelli che scendono dalla montagna. Più avanti ci sono solo la roccia, le cime maestose delle Dolomiti e, quando una nuvola copre il sole, il vento, freddo per chi ha il corpo ormai abituato alla calura della savana.

Salire in alto ed imparare a guardare dall’alto. Guardare dall’alto il sentiero, la vallata, le cime, la persone che camminano in distanza, i boschi, le nuvole. Guardare dall’alto, per guardare più in là. Per guardare oltre. Guardare dall’alto l’Italia, la sua storia, il suo presente. Guardare dall’alto l’Africa, lo Zambesi, Chemba, la scuola, i villaggi, le capanne. Guardare dall’alto il Mediterraneo e chi cerca di attraversarlo. Guardare dall’alto la Chiesa e il suo cammino nella storia dell’umanità. Guardare dall’alto l’intero pianeta e il corso degli eventi. Salire, guardare dall’alto, mettersi dentro tutto. E fermarsi. Alla fine, non c’è modo più umano per scendere in profondità dentro la propria vita e sentirsi vita dentro la vita del mondo.

Salire e guardare dall’alto un’isola

Non ero mai stato al nord. Ai primi di gennaio, decidiamo così di andare a Nampula, terza città del Mozambico, assieme a p. Cesare, che ha l’età di mia madre e con il quale ho vissuto per due anni quando ero a Charre e p. Epitace, burundese, di poco più giovane di me, che deve incontrare alcuni connazionali nel vicino campo di rifugiati di Maratane. La strada non è male: Nampula dista 770 km e 14 ore di jeep. Tutto sommato, poco rispetto alle 15 ore che si impiegano per raggiungere Beira, capoluogo della nostra regione, che si trova a 500 km. Nampula è terra verde, monti di origine vulcanica, dalle pareti verticali di pietra levigata, che si alzano improvvisi e paiono macigni scivolati dal cielo.

Il Mozambico è benedetto da quasi 3000 km di costa sull’oceano. Il giorno successivo andiamo a Ilha de Moçambique, a circa 200 km da Nampula. “Ilha” in portoghese significa “isola”. Ilha de Moçambique è infatti un’isola, collegata alla terra ferma da un ponte stretto e basso costruito cinquant’anni fa, in epoca coloniale. È tanto piccola, con i suoi soli 3 km di lunghezza, ma – scherzi della storia – dà il nome all’intero paese. “Mozambico” deriva infatti da “Mussa Ben Mbiki”, il nome di uno sceicco che visse nell’isola. Fin dal X secolo Ilha de Moçambique fu un centro importante per i mercanti arabi che vendevano tessuti in cambio di oro, avorio e schiavi. Nel 1498 arrivò Vasco de Gama e i portoghesi ne fecero un punto di passaggio fondamentale nella circumnavigazione dell’Africa che aveva come destinazione l’India. L’isola fu tanto vitale da essere la capitale del Mozambico fino al 1898, quando si optò per Maputo. Nel 1541, vi si fermò per sei mesi anche san Francesco Saverio, in attesa dei venti favorevoli per andare in Oriente.

Le chiese in stile barocco, da cinquecento anni si stagliano chiare tra l’azzurro dell’oceano e del cielo, tra il bianco delle onde e delle nuvole. Abbandonate dall’uomo e forse anche da Dio, trovano la compagnia di palme alte e slanciate, sotto le quali i bambini smettono di giocare a calcio con un pallone fatto di sacchetti di plastica, nastro adesivo e fili di lana, appena notano avvicinarsi qualcuno che ha la parvenza di un turista, per chiedergli qualche spicciolo. I volti e la pelle di chi abita l’isola sono l’eredità di una storia violenta che ha intrecciato forzatamente l’Africa, l’Europa e l’Asia. Eppure da questo crocevia segnato da brutalità e sangue, osservando i volti, si prende atto di come l’umanità abbia potentemente generato vita e bellezza. È stato e sarà sempre così, con buona pace per chi altrettanto violentemente e brutalmente si ostina, oggi, a sbarrare il migrare dell’umano.

Salire e guardare dall’alto il passato

Sull’estremità settentrionale dell’isola c’è una fortezza imponente, a pianta rettangolare, con quattro baluardi possenti. Intitolata a são Sebastião, all’interno, c’è anche una chiesa che porta il suo nome. La fortezza serviva per difendersi dagli attacchi di arabi, olandesi e francesi, che per secoli si contendevano con i portoghesi le rotte commerciali verso l’Oriente. In cima alle massicce mura perimetrali, ci sono ancora cannoni e croci. Gli uni accanto alle altre, a protezione dal nemico. Con accanto la croce si bombardava l’avversario. Con accanto la croce, dopo averli battezzati, venivano caricati gli schiavi sulle navi negriere.

Sotto la fortezza, vicino alle cisterne per la raccolta dell’acqua piovana, vi sono i sotterranei dove erano ammassati gli schiavi, prima di essere caricati su scialuppe che li avrebbero imbarcati sulle navi ancorate al largo dell’isola. Dalla costa dell’Africa orientale, gli schiavi erano destinati alla penisola arabica, alle isole dell’oceano Indiano e alla Turchia. Altre navi scendevano fino al Capo di Buona Speranza, attraversavano l’Atlantico per raggiungere il Brasile, altra colonia portoghese.

Dal XVI secolo fino al XIX secolo, per più di 400 anni, quanti esseri umani sono stati deportati in massa dall’Africa, violentemente sottratti alla loro terra, alle loro famiglie, alla loro cultura dai mercanti di schiavi europei?  Nella libreria di casa ritrovo la ponderosa opera in due tomi di Paul Bairoch “Storia economica e sociale del mondo” sulla quale, venti anni fa, preparai l’esame di Storia economica all’università. Bairoch, belga, cresciuto alla scuola di Fernand Braudel, tenendo conto anche della mortalità in fase di trasporto, parla di 11 o 12 milioni di schiavi. Joseph Ki-Zerbo – altro grande storico cresciuto sempre alla scuola di Fernand Braudel che, però, a differenza di Bairoch, non è europeo ma africano, di nazionalità burkinabè – sostenendo che per ogni schiavo che arrivava in America, quattro morivano nel tragitto, nel suo “Storia dell’Africa nera” parla di un minimo di 50 milioni di uomini e donne sottratti all’Africa.

mozambicoKi-Zerbo riporta alcuni documenti terrificanti: bambini strappati alle madri e lasciati morire di fame; schiavi marchiati a ferro rovente sul petto o sulle natiche; essere umani ammassati e incatenati in mezzo a vomito e feci; malati lanciati in mare durante il viaggio per non contagiare gli altri; schiavi che dalla disperazione si suicidavano; fautori di scioperi della fame, il cui corpo tagliato a pezzi doveva essere mangiato a forza dagli altri schiavi. Le fonti di questi documenti sono i libri di bordo delle navi negriere dell’epoca. Chi li scriveva erano gli schiavisti europei che documentavano dettagliatamente ciò che compivano. Gli schiavi non erano neppure contati come esseri umani, ma pesati, come qualsiasi altra merce. La compagnia portoghese della Guinea, nel 1696, ad esempio, si impegnava a fornire alla Spagna «10000 tonnellate di negri».

Poi, bandita la schiavitù, si aprì un’altra pagina di nefandezze compiute dai paesi europei con la Conferenza di Berlino (1885), la conseguente spartizione dell’Africa e il colonialismo propriamente detto. Chi crede che tutto questo coinvolga solo alcuni paesi europei come Inghilterra, Francia, Portogallo e Belgio, chi è convinto che noi ne siamo estranei e magari possiamo adagiarci nello stereotipo coloniale di “italiani brava gente”, può leggere gli studi di Angelo Del Boca che documentano le atrocità e i crimini commessi dall’Italia nel suo passato coloniale in terra d’Africa.

 

Salire e guardare dall’alto il presente

Nella nostra lingua Sena, l’uomo bianco è chiamato ancora oggi “nzungu”. I primi azungu (bianchi) che il popolo Sena conobbe furono gli arabi, a cui seguirono i portoghesi. “Nzungu” deriva dal verbo “kuzungulira” che significa “circondare”. L’uomo bianco era, letteralmente, “colui che circonda”: colui che risaliva il fiume Zambesi e circondava – appunto – il villaggio, per fare razzia di schiavi. Le etimologie delle parole sono alberi dalle radici profonde che si portano dietro la tragicità della storia.

Schiavi, quindi. Ma non solo: assieme agli schiavi, anche oro e avorio. Vale a dire, manodopera a basso costo e materie prime. La storia continua a ripetersi. Da cinque secoli, l’Africa è saccheggiata, per fornire questi due beni indispensabili all’Europa e, in senso lato, al mondo occidentale. Al posto degli schiavi che fino all’800 erano rubati all’Africa per lavorare nelle piantagioni di zucchero, cotone e caffè dell’America, ci sono oggi i migranti, manodopera sottopagata non specializzata, che spesso lavora in condizioni di illegalità (si pensi al lavoro nelle campagne del sud Italia, per buona parte in mano al caporalato e alle mafie). Solo così si può sostenere una economia che vuole abbattere i costi, per mantenere bassi i prezzi dei prodotti che compriamo al supermercato. «D’altronde c’è la crisi economica, siamo tutti poveri». Ci si giustifica così.

Quelle materie prime che un tempo erano oro e avorio, oggi, nel caso del Mozambico, sono il gas, il carbone, i diamanti e altri minerali preziosi. Allargando l’orizzonte all’intero continente africano, l’Occidente – cinque secoli fa come ancora oggi – ha le mani insanguinate per tante guerre, guerriglie, dittature e situazioni di instabilità politica, create, mantenute o appoggiate al fine di accaparrarsi petrolio, minerali, risorse naturali e materie prime. In poche parole, par fare quello vogliamo. Eclatanti sono i casi del Congo e di tutta la regione dei Grandi Laghi, della Libia, del Sudan. Ma questo stato di cose è prassi in quasi tutti i 54 paesi del continente africano. Oggi in Africa tutto è in mano a tutti: Cina, Stati Uniti, India, Europa, Russia, Turchia. A tutti, fuorché agli africani.

Da metà luglio, da quando sono in Italia, sento molto parlare di Africa e di africani. Per strada, al bar mentre prendo un caffè, sui giornali, alla radio, una volta anche fuori dalla chiesa. Generalmente sento parlarne male o, comunque, non bene. La maggior parte delle persone che ascolto hanno le idee chiare sull’Africa e sugli africani. Complici anche le gravissime responsabilità di una classe politica bassa, cattiva e prepotente, che, non sapendo fare politica, se la prende con i poveri. Nel tempo del sotto-costo, abbiamo optato per la sotto-politica e per la sotto-umanità.

Sarebbe bene che chi parla di Africa, o perlomeno chi scrive sui giornali di Africa oppure chi, in un palazzo del potere, prende decisioni sull’Africa e su chi fugge dall’Africa, prima di parlare, di scrivere, di decidere, facesse un respiro profondo e un attimo di silenzio. Salisse e guardasse dall’alto. Poi, dopo avere messo tutto dentro – passato e presente – parlare, scrivere e decidere. La nostra gente in riva allo Zambesi si piegherebbe sulle ginocchia, batterebbe tre volte le mani ed esclamerebbe «takhuta», che significa «grazie». L’Africa intera, assieme alla storia, gliene sarebbero grati. (…)

Viadana, 4 settembre 2018

Missionarie di Maria - Saveriane

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