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Missionarie di Maria
SAVERIANE

Nella nostra Gerusalemme!


Ascolta la Parola

1Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, 2dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. 3E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». 4Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «5Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”». 6I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: 7condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. 8La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. 9La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!». 10Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». 11E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

Mt 26,14–27,66

Riflessione biblica

Quando, dal monte degli Ulivi. appare maestosa Gerusalemme, cinta dalle sue mura, si può cogliere qualcosa dell’emozione dei pellegrini che vi arrivavano dopo il lungo viaggio: “Già sono fermi i nostri piedi alle tue porte, Gerusalemme!” (Sal 122,2). 

Quale fosse l’emozione di Gesù, che vi giunge dopo il suo lungo viaggio, per una Pasqua che sarà la sua forse può intuirne qualcosa chi vede avvicinarsi l’esecuzione annunciata. Gesù entra con la consapevolezza che la sua scelta di fedeltà a Dio e noi arriva ormai al punto nodale.

Inutilmente ha cercato di spiegare ai suoi lungo il viaggio: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato al capi… lo condanneranno a morte...” (Mt 20,18). Solo poco prima, due dei discepoli della prima ora sognavano ancora una posizione e sono ben loro rispecchiati nei due ciechi che, guariti, seguono Gesù.

Consapevole e libero, Gesù entra nella sua città per dare la vita. Nutrito di Scrittura, sa d’essere lui il discendente di Giuda che slega l’asina dalla vite, come annunciava Giacobbe (Gen 49,11); quel re, figlio di Davide, che entra in città non sul cavallo da guerra, ma su una bestia da soma accompagnata dal suo puledro (Zc 9,9). Da soma, precisa Matteo: essa porta Gesù e insieme lo rappresenta, come Colui che porta su di sé le nostre malattie, come aveva annunciato Isaia (Mt 8,17).

Entra come i contadini che vengono dai campi. Mite, ripete ancora una volta l’evangelista. Quelle umili bestie da soma portano Lui, che dona sé stesso. Gesù va verso la sua morte credendo che il suo regnare è nel servire fino in fondo, la sua gloria è nel perderla totalmente nell’obbedienza, la sua libertà nell’accettare di esserne privato: allora sarà pienamente Figlio, glorificando il Padre. Va alla morte da re.

Se ci fosse dato di entrare nella sua consapevolezza forse intuiremmo qualcosa del Dio di cui è presenza. Attorno a lui i discepoli, obbedienti ma senza capire; una folla spropositata che inneggia a lui e lo annuncia come profeta alla città, che ignara chiede: chi è costui? ma che ben presto lo lascerà morire.

Nella nostra città attaccata dal virus vorremmo veder entrare un Dio che porta soluzioni, subito. Saremmo pronti ad acclamarlo e a credere in Lui, più numerosi. Quella sua modestia non ci sembra annunciare niente di buono, niente di veramente efficace. Come se non bastassero i condannati a morte nelle carceri delle città.

Signore Gesù, entra, ti preghiamo, nella nostra città. Noi siamo certi che abbiamo un’assoluta urgenza: la fine di questo micidiale virus. Certo non ti stupisci, tu che acconsentisti al grido della cananea, del funzionario del re, del padre dal figlio epilettico. Forse però chiedi ancora una volta che ti accogliamo come sei e che seguiamo la tua strada.

Anche noi siamo entrati nei secoli in tante città, armati, anche in nome di Dio. Siamo entrati per vendere e comprare, avendo come principio: prima noi stessi. Siamo entrati per guardare e mandare immagini. Siamo entrati anche per fare il bene, pieni di mezzi da dare e di competenze da insegnare. Ma non abbiamo guarito il mondo.

Mentre il virus sta invadendo pericolosamente i fragili Paesi del sud, la nostra disumanità ci minaccia: quando ne facciamo un affare per le nostre tasche, quando lo ignoriamo preferendo un’efficienza mortifera, quando ci teniamo strette risorse che potrebbero essere vita per altri…

Tu entri nella nostra città per indicarci una strada. Ti vediamo, in tante persone che lottano, piangono, si danno, condividono, pregano, confortano e anche muoiono. Stai entrando da settimane in persone giunte da Paesi impensati in nostro soccorso.

Vieni, Signore, abbiamo bisogno di te per vivere in piedi questo dramma che tu hai già svuotato di forza entrandoci tu stesso. Abbiamo bisogno di restare umani, di diventare umani. Dà anche a noi un asinello perché conosciamo la regalità della vita donata.

Lampada ai miei passi

Teresina Caffi

Teresina Caffi, nata a Pradalunga (Bergamo) nel 1950, è entrata fra le Missionarie di Maria, Saveriane, nel 1971 e ha fatto la sua prima professione nel 1974. Nel 1982 è partita per il Burundi. Da lì, nel 1984 è passata nell'allora Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). Licenziata in Teologia biblica, ha lavorato nell'ambito dell'animazione parrocchiale e dell'insegnamento biblico. In questi anni vive sei mesi l'anno in una comunità nella Repubblica Democratica del Congo e sei mesi in Italia

Riflessioni Bibliche