
Andiamocene altrove
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In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: "Tutti ti cercano!". Egli disse loro: "Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!".
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Riflessione biblica
Al tempo di Gesù il sabato sembra che siano ben 1.521 le azioni proibite agli ebrei e tra queste c’è la proibizione di far visita o curare gli ammalati. Dopo essere stato in sinagoga, dove ha stupito la gente con il suo insegnamento e liberando l’indemoniato, Gesù ne esce per andare con Giacomo e Giovanni a casa di Simone e Andrea. Lì c’è la suocera di Simone con la febbre, una donna, in quanto tale considerata poco, per di più ammalata, quindi in condizione di impurità. Andrebbe evitata.
Immediatamente gli parlano di lei. E Gesù che ha già manifestato nella sinagoga un amore che si comunica a tutti e non distingue tra puri e impuri, si avvicina e la prende per mano. Fa qualcosa che agli occhi di tutti è proibito perché significa assumere l’impurità della donna. Ma davanti a una persona che rischia di morire Gesù non esita a trasgredire la legge e solleva la donna (il verbo è quello della resurrezione).
Guarita, lei “si mette a servirli” come gli angeli che nel deserto, dopo le tentazioni, servivano Gesù. Come gli angeli, gli esseri più vicini a Dio. L’evangelista Marco vuole sottolineare qui che servire è il modo naturale con cui reagisce chi ha ricevuto il dono della liberazione, qualunque forma di male lo tenesse prigioniero. La libertà di servire è il modo concreto con cui si manifesta la sequela di Gesù. Il tempo verbale usato in greco (meglio tradotto con “li serviva”) suggerisce che si tratta di uno stile, un modo nuovo di vivere che ha inizio. Chi incontra la compassione di Gesù, non rimane più ripiegato su se stesso, compiangendosi e lamentandosi degli altri e di quello che accade. Si alza e si mette a servire, desiderando diventare a sua volta un riflesso della bontà di Dio. Quando Gesù ci guarisce si passa dal servirci degli altri al servire gli altri. Il centro di gravità passa da noi a fuori di noi e ci accorgiamo dei bisogni degli altri.
Interessante notare che in Mc 9,33, in questa stessa casa, Gesù riprenderà i discepoli, preoccupati di sapere chi è il più grande tra loro, dicendo: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti»
Mentre avviene questo, la gente di Cafarnao sembra attendere che sia passato il giorno del sabato, in cui è proibito visitare e curare gli ammalati, per portare a Gesù tutti “coloro che stanno male e gli indemoniati”.
Tutta la città è riunita. Una folla si accalca, persone sofferenti per motivi disparati, come ne vediamo tante attorno a noi e attraverso la televisione. Marco ci offre qui un’immagine viva del desiderio di incontro dell’umanità con il cuore di Dio che si manifesta in Gesù, del bisogno che tutti hanno di salvezza, perché non c’è nessuno che non si trovi in una qualche situazione di povertà, di indigenza, di smarrimento, di sofferenza. Tutti sentiamo che Gesù può dirci qualcosa, può fare qualcosa per noi.
Una folla di sofferenti si trova di fronte alla porta della casa, Gesù si trova assieme ai suoi discepoli. La casa di Simone è stata vista come simbolo della Chiesa che accoglie e favorisce l’incontro con Gesù. Gesù guarisce molti e scaccia molti demoni ma non permette ai demoni che lo conoscono di rivelare chi è (cf. Mc 1,24-25).
Questo divieto è ricorrente in Marco. Gesù non vuole interpretazioni ambigue sulla sua missione, non cerca la gloria degli uomini (cf. Gv 5,41). E infatti al mattino presto, quando è ancora buio, si alza ed esce per ritirarsi in un luogo deserto e stare con il Padre, da solo. Come è uscito dalla sinagoga (v. 29) esce anche dalla casa di Simone. Gesù appare come una persona estremamente libera, di una libertà che si fonda e si alimenta nel rapporto con il Padre.
Simone e quelli che erano con lui si mettono sulle sue tracce. Non tanto la sequela, quanto una ricerca per riportarlo a casa. Ma Gesù è qualcuno che sfugge, non è addomesticabile. E’ sempre oltre, è sempre fuori, è sempre sorprendente. Non lo posso inscatolare nei miei modi di ragionare, nei miei modi di pensare. Nessuno può vantare su di lui una proprietà.
Quando lo trovano gli dicono “Tutti ti cercano”, parole che suonano come una tentazione alle orecchie di Gesù e che Gesù può vincere per la sua costante relazione con il Padre: non vuole usare dei doni che ha per avere delle relazioni di potere nei confronti della gente. No, lui non resta Cafarnao, e invita a seguirlo: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là. Per questo infatti sono venuto!” Qui più che “venuto” la traduzione corretta è “uscito”, cioè Gesù deve andare a portare ovunque l’annuncio del Regno, non può limitarsi a un luogo escludendone altri. “Per questo sono uscito” evoca il mistero stesso dell’incarnazione. Gesù è uscito non solo da casa di Simone, o dalla sinagoga, ma è uscito dalla sua casa, dal Padre, per essere vicino a tutti. Un’uscita che è segno dell’amore, uscire da sé per andare verso l’altro, verso tutti.
“E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demoni”.
Chi evangelizza non può mai scordarsi
di essere sempre in cammino, in ricerca insieme agli altri.
Perciò non può lasciare indietro nessuno,
non può permettersi di tenere a distanza chi arranca,
non può chiudersi nel suo gruppetto di relazioni confortevoli.
Chi annuncia non cerca fughe dal mondo,
perché il suo Signore ha tanto amato il mondo da dare sé stesso,
non per condannare ma per salvare il mondo (cf. Gv 3,16-17).
Chi annuncia fa proprio il desiderio di Dio,
che spasima per chi è distante. Non conosce nemici, solo compagni di viaggio.
Non si erge come maestro, sa che la ricerca di Dio
è comune e va condivisa, che la vicinanza di Gesù non è mai negata a nessuno.
(Papa Francesco, 30 settembre 2019)






