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Missionarie di Maria
SAVERIANE

Una storia incompiuta


Ascolta la Parola

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Lc 15,1-3.11-32

Riflessione biblica

Viene da chiedersi perché pubblicani – ladri di professione – e pubblici peccatori andassero a Gesù, perché volessero ascoltarlo, perché lo invitassero alla loro tavola e gli sedessero attorno con simpatia. Eppure sapevano che in lui non avrebbero trovato nessun compromesso sul male, nessuna minimizzazione della loro condotta ingiusta. C’è fra i due fatti uno scarto che è lo stesso fra il ritorno interessato del figlio minore e l’accoglienza folle e dimentica del padre: che cosa ha potuto vincere il suo calcolo per gettarlo in un’altra logica?

Tante volte abbiamo forse vissuto situazioni simili, ci siamo sentiti lesi e da buoni cristiani abbiamo evitato la condanna. Ti perdono, ma tra te e me è finita. Ti perdono a condizione che tu mi renda il tutto. Ti perdono ma non pretendere che tutto sia come prima.

Anche nel caso del figlio minore, tutto non è stato come prima: c’è stata una corsa, un abbraccio, dei baci, l’abito più bello, un anello, dei sandali completamente inattesi, il vitello messo da parte per le feste imbandito, musica e danze, come per delle nozze.

Spiazzato, non si capacita: non meno, ma più di prima! La morsa dell’interesse che non lo aveva ancora abbandonato viene superata dalla logica dell’amore gratuito. La danza a cui s’associa simboleggia il ritmo nuovo della sua vita. Si credeva servo di un padre-padrone, scopre un amore che nulla ha potuto scalfire, che diventa la festa di chi serra a sé un figlio che ha corso un grave pericolo.

Questa danza è nuova anche per il figlio maggiore che arriva dai campi. Se il figlio minore si stupisce, lui si scandalizza. Non c’è logica in suo padre, non c’è giustizia, l’onore attribuito a quel figlio mascalzone è un insulto alla fedeltà di lui, sempre fedele, sempre presente, che ha portato la fatica di ogni giorno nei campi del padre. Gli diamo ragione. Il padre non è stato giusto. Poteva accettare la proposta del figlio minore, che rimanesse come un servo e purgasse così il suo debito. Invece no, una festa che all’altro non era mai stata concessa: manco di che fare un po’ di festa con i suoi amici!

Quello che il figlio maggiore non ha capito è che anche lui era stato ed era fuori casa. Si era considerato un servo con un faticoso dovere da svolgere, mentre immaginava quel suo fratello ribelle a godersela con le donne. Per lui vivere col padre era una penitenza, servirlo una fatica che viveva con senso d’invidia e che meritava una ricompensa.

È qui che si sbagliava. A credere che lontano dal padre era meglio, che la gioia abitava fuori casa. Il padre invece sa che il figlio minore non ha conosciuto la gioia e gliela ridà a piene mani. Gesù sa che i pubblicani e i peccatori non sono felici, vivono affamati con una perenne nostalgia di casa. Gesù è espressione del Padre che li accoglie, che gli fa festa, che li stupisce con un amore immeritato.

Non è a loro che è indirizzata la parabola – sono già alla festa attorno a Gesù - , ma ai farisei e scribi che si scandalizzano: e la vicenda del figlio maggiore resta una storia aperta perché siano loro a scriverne la conclusione: entreranno alla festa o rimarranno fuori?

Forse per entrare in questa parabola inaudita occorre riconoscerci non tanto nel figlio minore per goderci la festa, quanto in quello maggiore. Rivedere la nostra vita cristiana, per comprenderla non più come un carico, un insieme di rinunce da portare a denti stretti e col cuore invidioso, ma una vita piena, colma di un tesoro che forse troppo moralismo ci ha fatto perdere di vista.

Allora comprenderemmo quanto è amaro stare fuori, quanta solitudine dietro ai sorrisi di facciata, quanta desolazione dietro all’arroganza. E ci apriremmo alla compassione del Padre per includerli, ristorarli, festeggiarli, per inventare modi perché trovino la porta del giardino dell’amore di Dio.

Lampada ai miei passi

Teresina Caffi

Teresina Caffi, nata a Pradalunga (Bergamo) nel 1950, è entrata fra le Missionarie di Maria, Saveriane, nel 1971 e ha fatto la sua prima professione nel 1974. Nel 1982 è partita per il Burundi. Da lì, nel 1984 è passata nell'allora Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). Licenziata in Teologia biblica, ha lavorato nell'ambito dell'animazione parrocchiale e dell'insegnamento biblico. In questi anni vive sei mesi l'anno in una comunità nella Repubblica Democratica del Congo e sei mesi in Italia

Riflessioni Bibliche