Skip to main content

Missionarie di Maria
SAVERIANE

Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo


Ascolta la Parola

Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. (…) Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».

Dt 8,2-3.14-16

Riflessione biblica

Sì, quello che abbiamo vissuto era sconosciuto a quanti erano in vita con noi. I nostri avi, certo, hanno conosciuto, sembra ad ogni secolo, epidemie severe, che hanno decimato la popolazione. Ma noi ci siamo trovati a guardarci in viso gli uni gli altri, senza alcun maestro che ci dicesse: “passate per di lì” o: “passate per di qua”.

Tre mesi di separazione, dagli affetti, dalle attività, dal mondo che mai ci è sembrato così bello. Tre mesi in cui molti gesti ordinari della vita di relazione diventavano una minaccia: una visita a un amico, accompagnare un ammalato, abbracciare qualcuno. E dove perfino i gesti per secoli dichiarati essenziali al cristiano come la partecipazione ai sacramenti, alle celebrazioni, venivano proibiti.

Abbiamo dovuto riorganizzare il nostro tempo, le nostre priorità. Davvero ci è sembrato di passare per un interminabile deserto. Tanti di noi abbiamo perso membri di famiglia, senza un addio: una nostalgia che brucia. Ci siamo visti sfuggire la primavera dalla finestra, e farci belli secondo la stagione ci è apparso inutile. Se tutto ciò che contava diventava impossibile, che cosa doveva contare?

Abbiamo svuotato gli scaffali del lievito e ritrovato il gusto di cucinare. Abbiamo tolto la polvere ai libri della biblioteca e finalmente letto titoli di cui prima rinviavamo sempre la lettura. Abbiamo riallacciato contatti via telefono o via social… Ci siamo visti un po’ di film… Siamo sopravvissuti.

Quanti di noi sono credenti cattolici, hanno conosciuto il digiuno dall’eucarestia, dalla confessione, dal radunarsi, dalla corale, dai movimenti… Sommesso come noi, il Papa non ha cessato di indicarci la via del rispetto delle norme date dalle autorità, resistendo alle bordate di chi vi vedeva “una sottomissione del potere religioso” o una “mancata fiducia nel Dio che fa miracoli”. Non ha messo in competizione il suo Dio con quello degli altri per vedere, come fece Elia, chi era il più forte. Ha pregato con tutti.

E adesso rieccoci sulle soglie delle nostre chiese. Una certa ispirazione maligna ci spingerebbe a verificare se tutti quanti domandavano il superamento delle barriere per le celebrazioni religiose, ci sono, su quella soglia: ma sarebbe tempo perso e gusto di ripicca.

Eccoci invece, a ricelebrare quello che ci è mancato per tre mesi: il “Corpo e il Sangue di Gesù”. Le processioni, con distanziamento, ci saranno, ci saranno i raduni, i canti, l’accostarsi a questo Cibo che è incontro reale con il Salvatore nostro e della storia.

Però anche liturgicamente, significherebbe aver perso un’opportunità di così alto prezzo chiederci semplicemente: “Come avevamo fatto l’anno scorso? E l’altr’anno? E l’altro ancora?”. Che cosa abbiamo capito dell’eucarestia in questa distanziazione? Come un uomo e una donna dopo lunga separazione possono chiedersi: che cosa ho capito del mio partner? Come aggiustare le nostre relazioni? Come farle nuove?

Ecco, sentiamo il bisogno di una ricomprensione dell’eucarestia, del modo di celebrare, perché questa meraviglia non sia soffocata dal fumo del ritualismo ma parli a tanti. Come vivere un’eucarestia con meno clericalismo, con più assemblea, con più vita, dove il mondo e l’eterno si parlino senza costringere chi partecipa a salti che potrebbe non fare?

Sì, celebriamo questa Manna vera: ma per riconoscere che essa è stata ed è inizio e fonte di prolungamenti eucaristici completamente laici, come il dono di sé anche fino al sacrificio della vita da parte del personale sanitario, dei volontari, di chi ha comunque lavorato per assicurarci i servizi essenziali.

L’eucarestia del mondo ha continuato ad essere celebrata. Nostro Signore non ritorna oggi dopo lunga assenza: c’è sempre stato. Volentieri e con rinnovato amore mangiamo di quel Pane che ci ha dato lui stesso, memoria e fonte del suo immenso amore, al contempo segno del suo farsi piccolo e inizio di quel mondo rinnovato per il quale si è consegnato.

Lampada ai miei passi

Teresina Caffi

Teresina Caffi, nata a Pradalunga (Bergamo) nel 1950, è entrata fra le Missionarie di Maria, Saveriane, nel 1971 e ha fatto la sua prima professione nel 1974. Nel 1982 è partita per il Burundi. Da lì, nel 1984 è passata nell'allora Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). Licenziata in Teologia biblica, ha lavorato nell'ambito dell'animazione parrocchiale e dell'insegnamento biblico. In questi anni vive sei mesi l'anno in una comunità nella Repubblica Democratica del Congo e sei mesi in Italia

Riflessioni Bibliche