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Missionarie di Maria
SAVERIANE

Perché non mi hai rifiutato tuo figlio ti colmerò di benedizioni


Ascolta la Parola

In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». 
Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». 
Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. 
L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».

Gen 22,1-2.9.10-13.15-18

Riflessione biblica

«Prendi, ti prego, tuo figlio, il tuo unico, che tu ami, Isacco, e vattene (lek lekà) verso la terra del Morîyâh e fallo salire là per un olocausto su una delle montagne che io ti dirò» (Gen 22,2-3). Poche volte nella Scrittura abbiamo ascoltato un ordine più spietato e incomprensibile da parte di Dio. Isacco nacque a Sara e ad Abramo per vie umanamente impossibili: da un grembo sterile e da un seme vecchio. Lui, il figlio del sorriso, doveva essere il primo anello di una generazione numerosa come la sabbia del mare e le stelle del cielo, l’erede della benedizione. Questa era la promessa di Dio. E ora, proprio Dio sembra venire meno alla parola data. Sembra, il verbo è dovuto. Che cosa chiede veramente Dio ad Abramo? 

Gli chiede di sacrificare quel figlio unico, tanto atteso e amato? O gli chiede di «farlo salire là» su una montagna che gli indicherà, per offrire insieme a lui un olocausto? C’è l'ambivalenza insita nelle parole usate da Dio. Come le interpreterà Abramo? È il cammino che siamo chiamati a fare con lui in questo prezioso e difficile racconto. È il cammino che in fondo dovremmo fare ogni volta che ci è rivolta la parola del Signore. È sempre chiaro ciò che Dio vuole dirci? Possiamo darvi un’infinità di significati, ma da un significato piuttosto che da un altro dipende la nostra vita e quella di coloro che vivono accanto a noi.

Il narratore ci aveva avvertiti fin dall’inizio: quella era una prova, un test per Abramo. Non era la prima prova che aveva dovuto affrontare dal giorno in cui si mise in cammino dopo un ordine altrettanto perentorio e poco chiaro: «Esci (lek lekà) dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che ti indicherò». Abramo si fidò e partì, lasciando dietro di sé una patria, un padre che l’avrebbe voluto per sé. Poi la promessa di un figlio, erede della nuova terra. Il seno di Sara non poteva generare, quello di Agar, la schiava egizia, sì. In fondo, che differenza faceva? Il padre restava lui. Dio non demorde e Abramo deve cacciare Agar e Ismaele, sgomberare il campo da contendenti della promessa. 

Una lacerazione dopo l’altra, fino all’ultima, la più crocifiggente. Un Calvario, appunto. Partirono di buon mattino, lui, Isacco, due garzoni e un asino con la legna per l’olocausto. Dov’è la vittima per il sacrificio? Abramo dice ai servi di aspettarlo giù dal monte, mentre lui e il figlio s’inerpicano per il sentiero. Le azioni divengono sempre più lente e precise, quasi che Abramo temporeggi in quel silenzio angosciante. Poi la decisione: sceglie di non conservare per sé il dono di Dio, rinuncia a garantirsi un avvenire e mette sull’altare Isacco e il suo cuore lacerato. Quel coltello brandito e rimasto a mezz’aria in un infinito silenzio, è lì a dire la sua fede in un Dio che ogni volta che è intervenuto ha generato salvezza e non morte. 

Quando Abramo s’abbandona a questa certezza sente la voce del messaggero celeste che gli intima di non stendere la mano sul ragazzo. Ora non è più «il suo figlio, l’unico», è diventato un uomo. L’ha lasciato diventare un uomo. Libero, padrone di sé, non più sua «proprietà». Davanti a un dono siamo sempre chiamati a scegliere: o stringerlo tra le mani come nostro possesso, sempre lì a difenderlo coi denti; o guardare al Datore del dono e quindi entrare in relazione con Lui. Solo quando Abramo sacrifica la sua paternità come dominio sul figlio e lo offre a chi gliel’ha donato, vede finalmente l’ariete impigliato negli arbusti, a due passi da lui, pronto per l’olocausto. 

Abramo non ha perso Isacco: l’ha slegato e l’ha lasciato andare. Infatti scenderà solo dal monte. Lassù ha visto Dio faccia a faccia, ne ha ascoltato la voce, ne ha fatto la Parola. Il messaggero divino gli porta il giuramento di Dio: non solo sarà benedetta la sua discendenza ma anche tutte le nazioni della terra. Esse non dovranno più necessariamente benedire Abramo per acquistare per loro la benedizione (cf. Gen 12,3; 18,18), potranno benedirsi vicendevolmente (così si può intendere wehitbārākū del v. 18). Che ne ha alla fine Abramo? Nulla di tangibile, è vero, sa però che questa promessa di Dio si realizzerà, sebbene lui non lo vedrà.

Lampada ai miei passi

Virginia Isingrini

Missionaria saveriana, ha svolto la sua missione in Messico dal 1983 al 2018. È stata animatrice vocazionale e poi responsabile delle giovani sorelle in formazione. Si è dedicata anche all’accompagnamento di formatori e candidati alla vita religiosa e sacerdotale attraverso corsi, conferenze e colloqui terapeutici. In questi ultimi anni ha collaborato al dialogo ecumenico e interreligioso, alla formazione di gruppi di Lectio divina e di centri d’ascolto per adolescenti e giovani in situazioni di marginalità. Ha conseguito il baccellierato teologico (Urbaniana) e il master in psicologia (Gregoriana). È autrice di diversi libri a sfondo pedagogico, biblico e teologico. Attualmente è a Parma, Italia

Riflessioni Bibliche