Skip to main content

Missionarie di Maria
SAVERIANE

Osare la fiducia


Ascolta la Parola

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse:
«Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse
loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni
giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a
ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un
amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico
da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non
m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i
pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua
invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato,
cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi
bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto
del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete
dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che
glielo chiedono!».

(Lc 11,1-13)

Riflessione biblica

La preghiera non sembra più di moda. Ce n’era bisogno un tempo, quando tante cose ci superavano
e occorreva un ricorso all’alto. Ora a tante sfide abbiamo trovare risposta e abbiamo tolto di dosso a
Dio tante responsabilità. Sappiamo che di tanti mali siamo noi stessi causa e quindi sta a noi
trovarne la soluzione. E se soluzione non c’è ancora – come nel caso dei cambiamenti climatici
all’origine dell’attuale siccità – siamo troppo imbarazzati per chiedere un intervento dall’alto a
riparare i danni fatti da noi. In un mondo secolarizzato, c’è spazio ancora per la preghiera? Forse
solo per la lode? Forse solo per chiedere perdono dei peccati, posto che riconosciamo ancora di
commetterne?
Eppure Gesù invita a chiedere: il verbo “chiedere” ricorre cinque volte nel testo odierno e ancor più
il verbo “dare”. Grazie alla richiesta dei discepoli, veniamo a sapere quello che lui chiedeva. Nella
forma essenziale e forse più originale della preghiera al “Padre”, Gesù chiede che il nome del Padre
sia glorificato, che il regno del Padre venga, che ci venga dato il pane e il perdono e che non siamo
abbandonati alla tentazione. Al centro ancora il verbo dare, con ciò che è necessario alla vita
umana: il cibo.
La preghiera di Gesù ci spinge a mettere ordine nelle nostre richieste, a identificare ciò che anzitutto
conta. Ci interessa forse che il nome del Padre sia onorato ovunque? Che il suo regno, che è
l’insieme dei beni di cui abbiamo davvero bisogno, arrivi? E quanto al pane, pensiamo ancora che
viene da lui? Riconosciamo qualcosa di cui chiedere perdono, disposti a nostra volta a perdonare? E
la tentazione di considerarci dio di noi stessi e del mondo, vogliamo davvero vincerla?
La nostra preghiera richiede dunque una previa conversione. Per questo Luca assicura che lo Spirito
Santo verrà dato a chi lo chiede. Quando lo Spirito ci trasforma in Gesù, le nostre preghiere
parleranno la lingua del Padre e saranno esaudite. Anche quando passeremo nella valle del suo
silenzio, come fu per Gesù. “Padre, ti ringrazio di avermi ascoltato!”, aveva detto risuscitando
Lazzaro e poi entrò nel tunnel della passione, dove giunse a gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi
hai abbandonato?”. Il Padre lo ascoltava permettendogli di vivere fino in fondo il suo atto di fiducia,
il suo essere figlio.

Chiede chi ha fiducia, chiede chi sa di poter contare su una relazione d’amore: come i nostri figli.
Ed è forse questo l’atteggiamento che Gesù vuole attivare in noi, una permanente connessione con il
Padre, la fiducia che qualunque sia la risposta, ce ne verrà un bene, perché Dio non può dare cose
cattive ai suoi figli e figlie.
Chiediamo. Lasciamo perdere le formule, gli orari, i numeri che pretendono di assicurarci un
esaudimento: Dio non è una macchinetta. Restiamo connessi con lui sempre. Anche se la nostra
preghiera non fosse la più appropriata, essa esprimerà il nostro attaccamento a lui. Nessuna parola
andrà perduta, lasciamo a lui il come e il quando della risposta.
Il vangelo di oggi, preparato dalla prima lettura sulla preghiera di Abramo, invita a osare la fiducia.
Dio non è mai distratto, Dio non è avaro, Dio non si compiace del male, Dio si è giocato tutto per la
nostra felicità. Ascoltando le nostre preghiere anche le più sgangherate, a lui vibra il cuore come
anche a noi quando nostro figlio ci chiede: “Mamma, papà, aiutami!”.
Nella mia ormai lunga vita non ho mai avuto visioni né assistito a miracoli, ma una cosa posso dire
di Dio: non mi ha mai abbandonato, mi ha sempre soccorso, e ho potuto continuare il cammino.

Lampada ai miei passi

Teresina Caffi

Teresina Caffi, nata a Pradalunga (Bergamo) nel 1950, è entrata fra le Missionarie di Maria, Saveriane, nel 1971 e ha fatto la sua prima professione nel 1974. Nel 1982 è partita per il Burundi. Da lì, nel 1984 è passata nell'allora Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo). Licenziata in Teologia biblica, ha lavorato nell'ambito dell'animazione parrocchiale e dell'insegnamento biblico. In questi anni vive sei mesi l'anno in una comunità nella Repubblica Democratica del Congo e sei mesi in Italia

Riflessioni Bibliche