
Ma serve davvero pregare?
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In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai:
«In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”.
Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”».
E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
Riflessione biblica
Quanto empatico è questo Volto di Gesu’, che mentre si sta dirigendo decisamente verso Gerusalemme, mentre sta letteralmente indurendo la faccia, desidera intimità, accoglienza in noi. Quel desiderio umano presente in tutti, di essere riconosciuti e accolti quando la vita si fa più dolorosa, più solitaria e pesante, che invoca giustizia per custodire la fragilità, è anche il Suo desiderio.
Come ai tempi della comunità di Luca, per motivi oggi diversi (la comunità cristiana a quei tempi era perseguitata), fatichiamo a credere, a sperare, ad amare, e più che mai siamo disgustati da un’umanità incapace di dialogo, di pace, di giustizia e accoglienza, a cominciare dalla famiglia… e nonostante la preghiera, nulla sembra cambiare. Forse ci serve poco un Dio dalla nostra stessa parte, che è con noi, si fa debole in noi, e si immerge nei nostri drammi quotidiani, perché sembra meno efficace. Un giudice che fa giustizia dall’alto del suo potere è più convincente, e Gesù nella parabola accondiscende a questa nostra immagine di Dio, solo per rassicurarci che il Padre Buono è molto più… E’ molto più di quel giudice “che pur se disonesto fa giustizia per non essere infastidito”, è molto più di quel pseudo amico “che pur se importunato di notte cede alla richiesta per l’invadenza”, è molto più di quel padre “che pur se cattivo riesce a sfamare un figlio”. Questa è la sua promessa: il suo intervento è certo, sollecito, e supera le nostre aspettative.
La forza sta nella fiducia incrollabile di questa “vedova”, immagine della nostra umanità ferita, una donna a cui viene a mancare la relazione portante della sua vita, che non si arrende all’evidenza fallimentare, ma persiste nella certezza che la sua richiesta verrà ascoltata. Con Gesù tale forza diventa preghiera… diventa scoperta di non essere soli, di essere accolti e di poterLo accogliere nella debolezza dell’amore, diventa desiderio vulnerabile di consegna di se stessi all’altro. Una preghiera che ha come obiettivo la fiducia in questa profonda relazione che la vedovanza rende più vitale. E’ l’unica parabola che termina con una domanda rivolta a noi, con un Suo desiderio: “Ma il Figlio dell'uomo, venendo ancora, troverà la fede sulla terra?”. Non una religione ben praticata, non la chiesa con le sue strutture, non un mondo giusto, ma un cuore accogliente, con tutta la contraddizione che vi può abitare.
Ma allora dov’è Dio nei sistemi di ingiustizia e di potere perversi nel mondo? Dio è anche in questi nostri gridi quotidiani che si trasformano in testimonianza di amore e di speranza. Nella generosità e solidarietà di tanti volontari, nei figli che si dedicano come possono ai propri genitori anziani, nei genitori che curano i propri figli con disabilità, in una coppia di sposi che supera le crisi, in una persona consacrata che non dimentica di aver consegnato la sua libertà, in un’educatrice che da la vita per i suoi ragazzi, nei perseguitati per i loro ideali non violenti, in un soldato costretto a partire in guerra che prega per i suoi nemici… Mi viene incontro l'affermazione di Etty Hillesum, tratta dal suo diario, che afferma: <<Improvvisamente, tutte le pene notturne le solitudini di un'umanità sofferente attraversano il mio piccolo cuore e lo fanno dolorare. Quante pene voglio prendere su di me quest'inverno?>>. Siamo chiamati a farci carico di un'umanità sofferente senza essere distratti. Siamo chiamati a diventare responsabili delle piccole e delle grandi scelte per rendere il mondo sempre più giusto, fidandoci delle tracce della Sua presenza.
Ma serve davvero pregare? Oltre a fare scelte concrete e responsabili? La preghiera è ciò che cambia noi, non tanto le cose attorno a noi, ma il nostro cuore e il nostro sguardo. Oggi, a 54 anni, mi sento più vulnerabile nella mia missione di quando ho detto il mio sì per sempre a Cristo, più fallimentare e più vedova in relazioni importanti a volte ferite dalle mie stesse incapacità, più impotente davanti alla sofferenza ingiusta o a quella di un proprio familiare, più confusa sul modo di agire di Dio… eppure una preghiera mi ha sempre accompagnato, quella di poter imparare dal Suo cuore mite, da quel “giogo” che ti conduce dove non si vorrebbe. Ma quel giogo, quel peso liberamente accolto, anche per gli altri, può renderci più docili, può diventare leggero se riconosciamo Lui affianco a noi, in noi, che ci aiuta a non mollare mai nel suo amore.






