
Il bel Pastore, fascino e forza che ci mette in viaggio
Ascolta la Parola
In quel tempo, Gesù disse: 1«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante.2 Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. 3Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. 4E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. 5Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». 6Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. 7Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. 8Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. 9Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. 10Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
Riflessione biblica
Attraverso due immagini successive, il pastore e la porta, Giovanni presenta la presenza viva e permanente di Gesù nella sua chiesa e nel mondo. Non occorre chiedersi come l’immagine del buon pastore possa accordarsi con quella della porta, ma piuttosto cogliere la portata simbolica di entrambe le immagini per riferirla al mistero di Gesù e della sua presenza fra noi.
Un certo immaginario non attento al testo pensa Gesù come un pastore che conduce le pecore all’ovile e in questo senso tali persone pensano anche la Chiesa, chiamata a condurre o ricondurre all’ovile le pecore smarrite. In realtà il buon Pastore conduce le pecore fuori dall’ovile. Arriva al recinto – Giovanni usa un termine inconsueto nel vocabolario pastorale, spesso riferito al cortile del tempio –, chiama le sue pecore per nome a una a una e le conduce fuori, anzi, «le spinge fuori».
Il verbo usato - altrove tradotto con scacciare, gettare fuori - è forte, esprime un deciso impulso. Sulle pecore agisce dunque il fascino e insieme l’energia del pastore. Non è immediato per le pecore lasciare il posto tranquillo del riposo: ci vuole un forte amore per il pastore e un’energia venuta da lui che le muova.
Parlando a Kinshasa il 2 febbraio scorso, il Papa invitava religiosi preti e seminaristi, a «vincere la tentazione del confort mondano». Esistono rifugi dove tranquillamente ci installiamo spegnendo ogni desiderio. La tecnologia offre forme di rifugio in cui passiamo tempo, consumiamo sentimenti, fantasie, sogni, mentre il mondo ci cammina a fianco.
Stare un po’ in disparte è solo pausa per riprendere il cammino, per lasciarci condurre di nuovo oltre, verso il mondo, dietro il Pastore. C’è modo di chiedersi come sta la nostra vita. Se è tranquillamente incagliata in qualche ansia, a guardare il mondo scorrere. Se abbiamo dimenticato la voce di Qualcuno che ci chiama. Proprio noi, col nostro nome.
Allora è tempo di risentire questa voce, di vedere che la porta è aperta, l’alba è sorta, si può osare camminare dietro a lui verso il mondo. Non ci lancia allo sbaraglio: cammina davanti a noi. Non elimina i lupi: per il gregge si lascia sbranare per uscirne vittorioso. Così sarà per noi, qualunque cosa accada.
Mai Giovanni dimentica il riferimento al Padre. La strada conduce a Lui. Per questo presenta la seconda immagine: quella della porta (vv. 7ss). La porta esiste per permettere il passaggio. Si tratta questa volta di «entrare», entrare nella comunione col Padre, comunione d’amore e di libertà, come chi è a casa sua ed entra ed esce a piacimento. «Del luogo dove io vado, conoscete la via… Io sono la via…» (Gv 14,4…6).
Così, la seconda immagine aggiunge alla prima la meta finale. Dietro al pastore per andare dove? Uscire per entrare dove? Ecco la Porta, la Via che è anche la Vita: mentre altri vengono per prendere, sfruttare, impoverire, Gesù viene «perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (v. 10).
Sta a noi accettare di intraprendere il grande viaggio della nostra vita. Se nel mondo ci sono tanti vuoti di pace, di misericordia, di vita, di conoscenza, di amore, forse è perché, rannicchiati in qualche angolo, molte pecore assaporano il caldo dei luoghi chiusi e temono la fatica e gli imprevisti del viaggio.
Il matrimonio è un viaggio, la vita consacrata è un viaggio che oggi richiedono lo stesso coraggio: sarà possibile compierlo se ascoltiamo la Sua voce e ci apriamo alla Sua energia.






