
Fare squadra con i piccoli
Ascolta la Parola
In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Riflessione biblica
Assaporiamo questo brano del vangelo leggendolo lentamente. E’ una Parola di grande consolazione quella che ci propone oggi la liturgia: Gesù dice la sua gioia al Padre per noi che ci mettiamo umilmente in ascolto della sua Parola e ci manifesta tutto l’amore del Padre che, in sintonia perfetta con il Figlio, attraverso di Lui, ci dona la sua stessa vita.
E’ una Parola di conforto per i discepoli della prima ora, ma anche per noi. Il periodo così incerto e pesante da cui in Italia stiamo faticosamente uscendo può aiutarci a sentirla più vera. Certo, non sono mancati i risvolti positivi di quello che abbiamo vissuto, ma per tanti (troppi) il covid ha provocato ristrettezze, povertà; esperienza di fragilità, di lutto; allontanamento, solitudine; segregazione e umiliazioni, e spesso vera propria violenza domestica... Abbiamo scoperto dei nuovi eroi, ma quanta stanchezza abbiamo letto sui volti delle persone che si sono prodigate per noi! E quanto senso di oppressione davanti alla nostra impotenza. E siamo stanchi anche di tutte queste restrizioni che, anche se sono diminuite e sappiamo che sono utili per preservare la nostra salute e quella degli altri, limitano le nostre libertà. I mezzi di comunicazione ci mettono davanti tanti moti di trasgressione, di insofferenza. Anche noi stanchi e oppressi.
Al tempo di Gesù la gente, oltre a dover sopportare le difficoltà della vita quotidiana, era doppiamente oppressa, dalle mille prescrizioni in cui si era stata deformata la Legge ebraica e dai decreti del conquistatore romano. La vita era difficile, in più della povertà c’erano le angherie da subire. Nelle sinagoghe e al tempio si respirava intransigenza, rigidità, severità nei giudizi, si viveva in una società che discriminava, separava, escludeva. Gesù non è venuto a liberare il suo popolo da questa duplice oppressione, come tanti avrebbero voluto, ma a incarnare e fare dono a tutti di quella verità che è capace di rendere liberi dentro (Gv 8,32), qualunque sia la situazione che stiamo vivendo. Niente e nessuno può privarcene. “Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,35-37).
Liberi dentro per essere liberi di amare, non per ripiegarci su noi stessi e isolarci dagli altri, ma per continuare a servire responsabilmente i nostri fratelli e sorelle, per partecipare alla creazione di nuove strutture di convivenza e di solidarietà. Lamentarci, piangerci addosso continuamente non serve a nulla: allarghiamo gli orizzonti, guardiamoci intorno. Questa pandemia ci sta davvero insegnando che possiamo salvarci solo se ci salviamo tutti insieme? Per salvarci insieme non bastano da sole la sapienza di questo mondo e la cultura universitaria (utilissime all’occorrenza), ci vuole capacità di ascolto e cuore aperto, disponibilità a imparare dagli altri, a cambiare i nostri stili di vita. E questo è proprio dei “piccoli”. Se poi abbiamo il dono della fede abbiamo una marcia in più. Per questo la Chiesa non può mancare a questo appuntamento della storia, restando umile e in tenuta di servizio.
L’umiltà a cui fa riferimento Gesù non è un sentimento negativo. Gesù “mite e umile di cuore” non era certamente un uomo triste o sottomesso. Al contrario era libero da tutto e da tutti e non si faceva problemi a incontrare gli “ultimi” del suo tempo, le persone emarginate o escluse dalla società del tempo (poveri, malati, peccatori).
Una Chiesa umile non ha paura di essere attaccata o di perdere i suoi privilegi. Al contrario è una comunità che diventa esempio e stimolo di attenzione a tutti, di libertà dall’ansia di ricchezza, di capacità di dialogo sempre.
E senza mai gettare la spugna. Nulla ha il potere di scoraggiare i cristiani dal fare il bene, dal creare ponti, dall’impegno per la riconciliazione e la giustizia. L’arroganza, la menzogna, la vendetta e la violenza (anche solo verbale) non sono le nostre armi. Gesù ci invita a guardare a Lui, a ristorarci presso di Lui che è “mite e umile di cuore”, a fare squadra “da piccoli” e ad essere propositivi.
Preghiamo perché con l’impegno di tutti possiamo far sparire il carro da guerra da Efraim e il cavallo da Gerusalemme, spezzare l’arco di guerra e annunciare la pace alle nazioni e il Regno di Dio si estenda da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra (cf. la prima lettura di oggi Zc 9,9-10).
Che la vita diventi per tutti un giogo dolce e leggero perché portato insieme. Un paio di ali che fanno volare.
La preghiera non è mai solo un’attività cerebrale. «La sala della preghiera è il cuore, non la testa. È una questione di amore e non primariamente di pensiero e di testa», scriveva il cardinale Danneels. Poi sappiamo che l’amore rende davvero intelligenti e saggi, con quella sapienza che i dotti e gli intelligenti non hanno e che invece appartiene a chi è come un bambino. (Mons. Matteo Zuppi)






