
Discepoli - Discepole amate
Ascolta la Parola
In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.
Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».
Riflessione biblica
“Se uno mi ama osserverà la mia parola … prenderemo dimora presso di lui ... Paraclito vi ricorderà … Vi do la mia pace … Voi crediate”.
La liturgia di questa domenica ci conduce all’apice del cammino pasquale: l’Ascensione: il ritorno di Gesù alla casa del Padre – il nostro cammino di discepoli e discepole amate; la Pentecoste: il dono della Divina Rauh/la Consolatrice. Facciamo delle parole di Gesù un mantra: osservare la tua Parola, il Padre ci ama, verremo e prenderemo dimora.
Osservare – Amare – Credere – Testimoniare sono i verbi che i discepoli e le discepole amate hanno mantenuto vive nel loro cuore e ci hanno lasciato in eredità. Verbi che ci indicano un cammino, lo stesso che Gesù ha indicato a loro. Cammino che li sorprende come ci sorprende perché è un processo, dinamismo che tocca in profondità e trasforma la nostra relazione con il Divino, il nucleo centrale della nostra mentalità religiosa. Il sacro, il Divino è realtà esteriore al di fuori di noi, con la quale stabiliamo relazione attraverso delle mediazione o entrando in luoghi che consideriamo sacri.
La Legge, il Tempio, il Libro per gli ebrei erano la mediazione dalla cui osservanza dipendeva il favore, la benedizione divina. Era una relazione di dipendenza che sfiorava la schiavitù. La realtà umana era considerata profana. Il Divino era sacro, separato per incontrarlo era necessario uscire dalla sfera dell’umano, la relazione avveniva attraverso delle mediazioni, dei mediatori. Osservare stabiliva una relazione retributiva, oggi la chiamiamo meritocrazia. Mentalità e logica religiosa che creava e crea dicotomia fra sacro e profano. Mentalità e logica che avvertiamo così presente oggi attraverso pratiche di devozionismo, ritualismo, nuvole di incenso, recupero del velo, catene ai polsi che a volte rasentano il fanatismo e un ritualismo che non corrisponde nella vita quotidiana a testimonianza di amore e solidarietà.
Come riscoprire siamo abitazione della Divina Ruah? Che i piccoli gesti quotidiani di coerenza cristiana nella famiglia, sul lavoro, nell’incontro e apertura al diverso, agli ultimi fanno la vita sacra?
Gesù viene al nostro incontro, annuncia una nuova presenza, un dono suo e del Padre, il Paraclito. Paraclito, Protettore, Difensore, Spirito, Divina Ruah, molti sono i nomi che indicano questo dono. Presenza che annuncia e rivela una nuova relazione con il Divino. Ogni persona, la comunità, l’umanità è dimora del Divino. L’universo è il santuario dove il Divino abita.
Attraverso questo dono Gesù rivela che la persona umana è sacra e attraverso di lei tutta la realtà diventa sacra. È sacralità e nello stesso tempo ‘desacralizzazione’ perché elimina ogni mediazione esteriore: il luogo dell’incontro dell’umano col Divino è la vita. Si realizza quanto Gesù rivelò alla Samaritana: “Viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Gv 4,23-24). Non più nei templi, nei sacrifici, attraverso mediatori: incontriamo il Divino nell’universo, nella persona umana, nella vita.
Gesù è la nuova legge, la legge dell’amore: “Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. In Gesù il Padre/Madre non è una Divinità lontana, ma vicina, prossima, convive con l’umanità formando una comunità nell’amore. Ricercare il Divino non è cammino fuori da noi stessi, ma lasciarsi incontrare da Lui, scoprire e accogliere la sua presenza in noi. Presenza relazione di Padre/Madre-figlio/figlia.
Relazione col Divino che rinnova la relazione con l’universo e con l’umanità: nel dono di se stessi si realizza l’incontro. Il Padre/Madre amore assoluto, dono totale che si rivela in Gesù: “Avendo amato i suoi li amò fino alla fine”. È annullata la mediazione della Legge: l’unica legge è Gesù.
La comunità del discepolato dell’amore intravvede il cammino da percorrere e s’interroga: come essere fedeli senza la sua presenza? “Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Io vivo e voi vivrete”. E la comunità dei discepoli e delle discepole amate, pur vivendo un sentimento di abbandono, pur muovendo i primi passi in un cammino ancora nebuloso, ricorda la promessa di Gesù e professa: Gesù vive e noi viviamo!
“Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi”. Con il dono della Divina Ruah, il dono della pace. Dono la mia pace, non la pace del mondo.
La guerra in Ucraina richiama la nostra attenzione e allo stesso tempo ci fa dimenticare le altre guerre presenti oggi e da anni. Facciamo silenzio e ricordiamole: Siria, Yemen, Afganistan … Le guerre contro la Casa Comune, il vaccino, la fame, il femminicidio, razzismo, omofobia … quanti nomi hanno oggi le guerre. La pace del mondo, per la comunità dei discepoli e delle discepole amate il ‘mondo’ era l’impero romano. Oggi il mondo è la logica delle armi, dell’economia, del potere che si nega al dialogo, a ricercare altri cammini per la pace.
Amare e osservare i suoi comandamenti è il cammino che la comunità deve percorrere, che dobbiamo percorrere: essere comunità che guarisce, che rende autonomi e fa andare, che accoglie gli ultimi e offre i pani della vita, che restituisce la vista degli occhi e delle coscienze, che nella burrasca offre orientamento. Che costantemente rilegge e reinventa i segni della vita, del dialogo, del perdono, della riconciliazione, dell’umiltà dell’amore.
"Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama.” L’amore è il sigillo che testimonia la fedeltà dell’identificazione con Gesù. La nostra comunità può definirsi la comunità dei discepoli e delle discepole amate? Amati non solo perché Lui ci ama ma perché l’amore è l’orizzonte della nostra vita.
"Amatevi come io vi ho amato." La misura dell’amore è Gesù: “li amò sino alla fine”. Come amare sino alla fine? È un cammino arduo maggiormente quando il discepolo, la discepola ascolta: "E' bene che io me ne vada!". Gesù ha compiuto l’opera che il Padre gli ha confidato e ci lascia un ultimo dono: "Io vi mando il Paraclito, Egli ricorderà, insegnerà prendendo da quel che è mio”. La comunità non rimane orfana ha un protettore nel cammino arduo che deve percorrere.
In Gesù l’umanità ha raggiunto la pienezza di essere immagine e presenza del Divino. A Lui chiediamo: continua a inviarci il dono del Paraclito, Protettore, Difensore, Spirito, Divina Ruah perché ci aiuti a comprendere, ci insegni a rileggere e ricreare la legge, i gesti dell’amore.
“Egli vi ricorderà”: Ricordare: Ri – cor – dare = dare di nuovo il cuore.






