
Per la vita del mondo
Ascolta la Parola
In quel tempo, Gesù disse alla folla: "Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo".
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse loro: "In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno".
Riflessione biblica
Il pane che Gesù ha distribuito a migliaia di persone è solo un segno del vero cibo. Il vero cibo è Colui che dà il pane. Secondo l’evangelista Giovanni, le necessità della vita umana (ma possiamo pensare anche al bisogno di successo, di potere, di ricchezza) nascondono l’unico grande desiderio di sentirci vivi, di vivere un’esistenza bella, piena di senso, in cui è valorizzato ciò che siamo, in cui sperimentiamo libertà. Questo desiderio però è solo Gesù che può saziarlo.
Gesù ci mette in guardia di non accontentarci dei falsi nutrimenti che ci vengono offerti. Perfino la manna del deserto era solo un nutrimento del corpo. Permetteva di vivere un giorno in più. Così come, quando siamo malati, le cure più costose dei medici più competenti non sono sufficienti a garantirci tutta la vita che vorremmo...
Gesù invece è “il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”. Il pane che lui dà trasmette all’uomo la vita che viene da Dio. “Se qualcuno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6, 51).
Dunque il pane che ci dà è la sua carne: viene da Dio, e per questo è capace di trasmettere vita eterna. Che non vuol dire vivere eternamente, ma vivere una vita di qualità “divina” a favore di tutti: una vita fatta di verità, di bontà, di dono di sé, di giustizia, di pace; questa è la vita di Gesù, che lui vuole trasmetterci.
Quando nell’ultima cena dice: “Questo è il mio corpo dato per voi”, Gesù esprime il significato della sua esistenza: una vita “per” gli altri, per tutti noi, perché noi possiamo avere la vita attraverso di Lui. Gesù ci fa dono di essere anche noi figli di Dio per la vita del mondo. Si tratta di un dono straordinario fatto a chi crede.
“Nutrirsi di Gesù è la via per entrare nella stessa logica di amore e di dono del sacrificio della Croce; chi sa inginocchiarsi davanti all’Eucaristia, chi riceve il corpo del Signore non può non essere attento, nella trama ordinaria dei giorni, alle situazioni indegne dell’uomo, e sa piegarsi in prima persona sul bisognoso, sa spezzare il proprio pane con l’affamato, condividere l’acqua con l’assetato, rivestire chi è nudo, visitare l’ammalato e il carcerato…” (Benedetto XVI).
I Giudei fanno fatica a credere (Gv 6,52). Ma Gesù insiste: per la fede la nostra stessa vita diventa “una vita per”, una vita che assomiglia a quella di Dio. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui»: nella nostra carne la carne del Verbo. E questo “dimorare/rimanere” non si riferisce a esperienze mistiche straordinarie, ma alla carità vissuta nelle piccole cose che facciamo ogni giorno, nel modo di incontrare gli altri, di adoperarci per il bene comune, restando in comunione con lui.
«Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così colui che mangia di me vivrà per me» (Gv 6, 57). Gesù viene dal Padre, è mandato da Lui, ama con il suo amore e vive per Lui, per piacergli; è felice di compiere la sua volontà. Così anche “colui che mangia di Gesù”, cioè accoglie la sua carne, ascolta le sue parole e le fa proprie, contempla le sue opere, le ama e le assimila, vive attraverso di lui. Forse non sperimentiamo che l’amore di Gesù, il suo perdono, la sua misericordia e la sua pazienza ci sostengono e ci danno la forza di portare il peso del quotidiano?
P. Ermes Ronchi suggerisce di leggere il brano sostituendo il verbo “mangiare” con il verbo “amare”. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me e io in lui”, si traduce allora: chi ama la mia umanità diventa la mia casa, il luogo dove l'amore trova casa. Amare crea una dimora. E vale per Dio e per l'uomo.
“La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora «viviamo»”. (Benedetto XVI)






