
La paura che rende muti
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In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Istruiva infatti i suoi discepoli e diceva loro: "Il Figlio dell'uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma una volta ucciso, dopo tre giorni, risusciterà". Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni. Giunsero intanto a Cafarnao. E quando fu in casa, chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Allora, sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: "Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti". E preso un bambino, lo pose in mezzo e abbracciandolo disse loro: "Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato".
Riflessione biblica
“Essi però non comprendevano queste parole e avevano timore di chiedergli spiegazioni... chiese loro: "Di che cosa stavate discutendo lungo la via?" Ed essi tacevano. Per la via infatti avevano discusso tra loro chi fosse il più grande”. Chi non capisce normalmente interroga, chiede spiegazioni. Ma qui la paura, oltre che sordi, rende anche muti. I suoi hanno quello spirito che nel brano precedente non riuscivano a scacciare dal ragazzo. Gesù, anche se accompagnato dai suoi, in realtà è solo, non viene compreso da chi gli sta più vicino. Così comunica con un gesto, proprio come si fa con i sordo-muti: vuole smascherare il demonio muto, che chiude i discepoli alla Parola insinuando un’altra parola, una parola di potere che confonde la grandezza con il successo e tace davanti alla debolezza, il limite e la consegna all’altro.
Gesù prende un bambino, lo pone nel mezzo e l’abbraccia, invitando a fare lo stesso. Tutte le volte che in una casa c’è una persona più fragile, questa sconvolge la nostra vita. Davanti a una debolezza evidente si fa una scelta, ci si coinvolge o se ne prende distanza. Però, se viene accolta, è posta inevitabilmente al centro del nostro interesse e affetto, come un bambino, o una persona con disabilità, o un anziano, o un malato. Gesù semplicemente fa un atto umano e nello stesso tempo profetico, rende esplicita una realtà comune e attraverso essa annuncia il regno di Dio, la somiglianza con Lui e con il Padre. Certo la realtà di fragilità spiazza, comprende sofferenza e sacrificio, sconvolge i valori di successo e forza, e ci fa scontrare con l’impotenza nell’amore. Viviamo in una società che ha la fobia per tutto questo, dove si cerca di far tacere le grida, le lacrime e le ferite di chi soffre, perché ci ricordano la condizione creaturale impressa nella nostra carne, che invece andrebbe abitata con sapienza e con speranza, perché non è la vocazione ultima della nostra esistenza, ma ne sveglia la domanda e la nostalgia.
Gesù non spegne i nostri sogni di diventare “grandi”, ma li capovolge: “Se uno vuol essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti”. Nel quadro di Emil Nolde “Cristo e i bambini” (1910), viene mostrato mentre si piega verso i fanciulli, mentre ci insegna ad entrare nella logica della piccolezza, della gratuità, vivendo di dono accolto e ridonato. Quella schiena abbassata è la stessa del servo che si curverà per lavare i piedi degli apostoli e che, di lì a poco, si piegherà sotto il peso della croce. Gesù stesso si fa bambino tra i bambini, perché egli vive questo stato di figliolanza radicale, gioioso e liberante nei confronti del Padre, ed è lui stesso, allora, il figlio da accogliere.
Non temiamo il limite, non restiamo muti davanti ad esso, perché è ciò che ci apre al bisogno dell’altro, al legame tra finito e infinito di cui siamo impastati, ricordandoci che prima di tutto siamo “figli”, che possiamo abbandonarci alla sua cura paterna e riposare nel suo abbraccio materno, pieni di fiducia, pur affrontando il dolore e la morte, perché crediamo nella risurrezione: “Io sono tranquillo e sereno, come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia” (Sal 130).






