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Missionarie di Maria
SAVERIANE

Io sono il buon pastore – bel pastore


Ascolta la Parola

In quel tempo, Gesù disse:
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore.
Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro.
Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo.
Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Gv 10,1-10

Riflessione biblica

La liturgia oggi ci invita a leggere Giovanni 10,1-10, dieci versetti stralciati da un contesto letterario più vasto che vi invito a leggere. La Comunità dei discepoli e discepole amate ha infatti inserito la similitudine del pastore in un contesto più ampio: Gv 9,39-10,21. Accettiamo l’invito di allargare la lettura e allargare i nostri occhi e cuore alle parole che fanno da cornice al testo della liturgia. Osserviamo:

a   9,39-41: ciechi/udirono

b   10,1-5: in verità… pecore/pastore – ladro/brigante… voce

c   10,6: non capirono

b’ 10, 7-18: in verità… pecore/pastore – ladro/brigante… voce

a’ 10,19-21: ciechi/perché lo state da ascoltare?

La lettura attenta ci fa comprendere che il tema della cecità e dell’ascolto aprono e chiudono la narrazione del Buon/Bel Pastore.

La comunità di Giovanni ci invia questo messaggio: è difficile comprendere, siamo ciechi e sordi; spesso non ci rendiamo conto di esserlo o lo siamo volontariamente. Il cieco dalla nascita, con il dono della visione riceve il dono di percorrere il cammino che lo renderà libero: escluso dalla sua comunità d’origine, ma libero e capace di credere e giocarsi la vita in un cammino nuovo. I vicini sono ciechi, lo sono anche i genitori per paura, i farisei chiusi nelle loro sicurezze sono ciechi per scelta. Sono ciechi che per motivi differenti non intravvedono il cammino della libertà che conduce alla vita in pienezza (Gv 9,35-38). La parabola del pastore s’inserisce in questo contesto.

Gesù è il vero pastore perchè entra nell’ovile per la porta, apertamente, senza finzioni, per cui conosce ed è riconosciuto personalmente. Quest’inizio risveglia in noi il “conoscere” e “rimanere” così cari alla comunità. Contemporaneamente Gesù si presenta come porta attraverso la quale si può entrare e uscire liberamente. Entrare e uscire ci fa intravvedere la libertà del credente in seno alla comunità; non si tratta di entrare o uscire da un edificio, ma della libertà di andare e venire sotto la guida dell’unico pastore: Gesù. È un legame duttile, personale, autonomo a differenza di altri modelli di legami costrittivi, di consequenza è molto più saldo.

Una sola condizione: credere. Credere determina la fedeltà, che si fonda sulla fedeltà del pastore. Il salmo 23 in una traduzione letterale dice che il Signore è il nostro pastore non perché non ci fa mancare nulla, ma perché garantisce la sua presenza, sempre, in qualsiasi situazione: “Il Signore è il mio pastore, sempre presente”.

La similitudine del pastore, nell’annuncio della Buona Notizia dei discepoli e discepole amate, s’inserisce nell’itinerario dei segni: l’acqua sterile che diventa vino buono e abbondante (2,1-12); la guarigione dalla malattia (4,48-54); il dono di camminare con autonomia (5,1-9); la condivisione che diventa pane della vita (6,1-13); “Sono IO”, presenza che nella tempesta orienta e mantiene nella direzione (6,18-21); energia che rompe i preconcetti e dona la visione fisica e interiore (9,1-41); comunità che crede in Gesù che ridona la vita (11,1-41). Sette segni di vita che saranno confermati dal Segno per eccellenza che è l’evento della Croce e Risurrezione. E la comunità ci ricorda che i segni devono condurre a credere: solamente così avremo la vita (Gv 20,30-31).

Gesù si definisce bel pastore. Seguendo le orme del cardinal Martini, mi piace tradurre l’aggettivo greco kalòs, con bello, anziché con il classico buono. Bello non nel senso di dolcezza, né di aspetto esteticamente piacevole, ma nel senso di qualità, l’essenza di una realtà o di una persona che risponde pienamente al suo ruolo (buona/bella terra Mt 13,8; buon/bell’albero che dà frutti belli/buoni Mt 7,17s; vino buono/bello Gv 2,10; opere buone/belle Gv 10,32).

La prima parte del Vangelo scorre presentandoci i segni della vita. Questi, accompagnati da vicino, ci inseriscono nella realtà vissuta dalla comunità. Spesso sono illuminati da discorsi che ci fanno intravvedere la bruttezza seminata dai progetti di morte: la religione ridotta a riti sterili; il tempio trasformato in mercato; la discriminazione di genere, etnica e religiosa che corrompono le relazioni; malattia e fame; la logica del potere che irrompe nel quotidiano e provoca burrasca, perdita di orientamento e diffusamente penetra nella persona e nelle strutture. Davanti alla tomba di Lazzaro, Marta dirà: manda cattivo odore. Si i segni di morte emanano cattivo odore! I segni di morte imbruttiscono la vita!  

“Io sono venuto perché abbiano vita e l’abbiano sovrabbondante. Io sono il Pastore buono/bello. Il pastore buono/bello espone la sua vita per le pecore!”.

Gesù rivolgendosi a Marta le chiederà di credere; chiederà ai presenti di rimuovere la pietra; gridando chiederà a Lazzaro di uscire dal tumulo; chiederà alla comunità di liberarlo, di scioglierlo e lasciarlo andare. Chiederà alla comunità di essere bella pastora, realizzare i segni della vita, spandere il buon profumo che fa scomparire il cattivo odore.

Gesù è bel pastore perché nella bruttezza dei segni di morte, realizza la bellezza dei segni della vita. Li realizza come? “Ecco perché il Padre mi ama: perché io depongo la mia vita per riprenderla di nuovo, nessuno me la toglie, ma io la depongo da me stesso. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla: questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio.” (10,17-18).

L’amore fa da corona a questo testo: il comando dell’amore come riecheggia in Gv 13,34-35; 15,10; 12,17. L’amore non è costrizione, l’amore si dona gratuitamente nella libertà. È la libertà dell’amore che conduce Gesù: libertà di assumere una morte decretata da altri (Gv 11,47-53).

Depone la sua vita, come alla cena deporrà il mantello e si cingerà con l’asciugamano. Depone la sua vita nelle mani degli ultimi, delle donne, degli schiavi, dei servi, divenendo uno di loro, identificandosi con loro, laverà i piedi alla comunità riunita. Riprendendo le vesti, le insegne del Signore e Maestro, chiederà alla comunità: come ho fatto io fate anche voi (Gv 13,15).

Deporre: fare il cammino di spogliarsi dei segni del potere. Denudarsi, riconoscere e rivelare la profonda uguaglianza che accomuna l’umanità. Deporre per assumere la stessa condizione liberamente come dono.

Riprendere, per rivestirsi dell’amore con cui il Padre ama, per consegnarci il comando nuovo e antico di amare come il Padre ama, di amare come Lui ci ha amato.

Parafrasando potremmo cantare:

Deporre e Riprendere rivelano la libertà vissuta in pienezza.

Deporre e Riprendere rivelano la libertà vissuta nella pienezza dell’amore.

Deporre e Riprendere rivelano la libertà vissuta nella donazione radicale per la vita.

Deporre e Riprendere rivelano la libertà dell’amore che assume di essere bel pastore che cura le bruttezze della storia e afferma la bellezza della vita.

Potremo essere bel - belle pastore se guarderemo al bel pastore che è Gesù.

Lampada ai miei passi

Tea Frigerio

Tea Frigerio, Missionaria de Maria – Saveriana, vive in Brasil dal 1974. I primi anni nella diocese di Abaetetuba attualmente in Belém, capitale dello stato del Pará. Impegnata nella formazione degli operatori di pastorale laici, religiose e sacerdoti.

Due aspetti segnano la sua ricerca e riflessione biblica: la lettura ecofemminista della Bibbia con la finalità di tessere relazioni di genere e ecologiche che superino tutte le forme di violenza, con attenzione particolare ai popoli originari dell’Amazzonia. Accompanha come esperta le Comunità Ecclesiali di Base (CEBs), il CEBI (Centro Studi Biblici), il Consiglio Amazzonico delle Chiese Cristiane e il Comitato Inter-religioso del Pará.

Riflessioni Bibliche