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Missionarie di Maria
SAVERIANE

Dall’Oscurità alla Testimonianza della Luce


Ascolta la Parola

Andò, si lavò e tornò che ci vedeva.

Gv 9, 1-41

Riflessione biblica

Il brano si inserisce nel contesto della Festa delle Capanne (o delle Tende) che commemora il periodo in cui il popolo d'Israele visse nel deserto dopo l'Esodo dall'Egitto. A quel tempo, gli israeliti non avevano case stabili ma vivevano come nomadi in capanne o tende, sperimentando la provvidenza diretta di Dio.

Questa festa era caratterizzata dai riti dell’acqua e della luce.

L'acqua era un elemento centrale poiché ricordava come Dio avesse dissetato miracolosamente il popolo durante il cammino. I sacerdoti svolgevano un rituale specifico: scendevano alla piscina di Siloe per attingere acqua con dei recipienti. Risalivano poi verso la spianata del tempio e gettavano l'acqua per terra come segno di abbondanza. In un contesto arido come Israele, l'acqua era considerata “oro puro”, e questo gesto simboleggiava la gratitudine per il dono divino della vita.

Un altro aspetto fondamentale era la celebrazione della luce, che ricordava la nube luminosa che guidava il popolo nel deserto, indicando la strada sia di giorno che di notte. Durante la festa, venivano accesi grandi bracieri sulla spianata del tempio, capaci di inondare di luce l'intera città di Gerusalemme durante la notte. Questa luce non era solo fisica, ma simboleggiava anche la luce della Legge (Torah), della sapienza e del culto del vero Dio.

Gesù utilizza proprio i simboli di questa festa per rivelare la sua identità:

  • In relazione all'acqua, Egli proclama: “Chi ha sete venga a me e beva” (Gv 7,37).
  • In relazione alla luce, dichiara solennemente: “Io sono la luce del mondo; chi segue me, avrà la luce della vita” (Gv 8,12: cf. Gv 9,5).

Nel miracolo del cieco nato, questi due simboli si uniscono: l'uomo riceve la luce (guarigione degli occhi) bagnandosi nell'acqua della piscina di Siloe. È il sesto segno di Gesù.

L’episodio non è solo un miracolo fisico, ma un itinerario spirituale che trasforma un mendicante emarginato in un apostolo coraggioso.

1. Il ribaltamento della prospettiva: dal “perché” al “per chi”

Davanti alla sofferenza, i discepoli cercano una colpa (“chi ha peccato?” Gv 9,2), legando l’infermità al castigo divino. Gesù rompe questo schema legalista: la malattia non è una condanna, ma il luogo in cui si manifestano le opere di Dio.

Anche la stessa missione non parte mai da situazioni di perfezione, ma dalla realtà ferita. L’apostolo è chiamato a guardare oltre l'apparenza (come Samuele con Davide nella prima lettura della liturgia di questa domenica) per vedere nel limite umano un’opportunità per la grazia di Dio.

2. Il segno della creazione e l'invio

Gesù usa fango e saliva, richiamando il gesto della creazione dell'uomo nella Genesi. La saliva, necessaria per parlare, simboleggia la Parola di Dio che si unisce all’humus (la terra), ovvero alla realtà concreta e materiale della persona. Inoltre il verbo greco (epecriseo) riferito a Gesù suggerisce che “unge” gli occhi del cieco: il fango non è sporcizia, ma un'unzione che consacra la sua parte malata. Invece di nasconderne il difetto, Dio lo evidenzia per trasformarlo in un “trampolino” della sua grazia.

Gesù ordina quindi al cieco di lavarsi nella piscina di Sìloe, che significa “Inviato”. È il ribaltamento del rito: durante la Festa delle Capanne, i sacerdoti attingevano acqua da Siloe per portarla al Tempio, mentre il cieco compie il percorso inverso, parte dai gradini del Tempio per scendere verso l'acqua dell'Inviato. Questo movimento contrario ci suggerisce che la vera luce si trova seguendo Gesù fuori da rigide strutture religiose.

Siamo anche davanti a un simbolismo battesimale: per la Chiesa primitiva, questo lavacro rappresentava il battesimo, anticamente chiamato “illuminazione”. Il battezzato è colui che, lavato dall'Inviato, riceve un nuovo sguardo sulla vita e diventa a sua volta un testimone. La missione nasce da un atto di obbedienza e fiducia a una Parola che ci manda a “lavare” il nostro sguardo nella realtà quotidiana.

3. Il cammino graduale della fede e della testimonianza

La guarigione scatena interrogativi tra vicini e farisei. Il cieco compie un cammino di consapevolezza crescente: per lui Gesù è prima “un uomo” (Gv 9,11), poi “un profeta” (Gv 9,17) e infine “il Signore” (Gv 9,36.38). Nonostante le pressioni dei genitori (chiusi per paura) e dei farisei (chiusi per pregiudizio), l'uomo resta fedele alla propria esperienza: “Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo” (Gv 9,25).

È inoltre da tener presente che “io so” (gr. oida) è il perfetto del verbo vedere (gr. orao); per cui vedere e sapere sono strettamente collegati fra loro: sapere vuol dire vedere!

La testimonianza missionaria più efficace non risiede in complessi argomenti teologici, ma nell'annunciare con umiltà l’esperienza di Dio nella nostra vita, ciò che si è visto e toccato con mano (cf. 1Gv 1,1-3). Il missionario, quindi, è colui che accetta di compromettersi con la verità, anche a costo dell’esclusione sociale o religiosa.

4. La missione nella debolezza

Gesù cerca l'uomo dopo che è stato cacciato (cf. Gv 9,34-35), rivelandosi pienamente a lui. Le fonti sottolineano che Dio non sceglie i sani, ma trasforma i “difetti” in “trampolini” per il Suo amore, come accaduto a Pietro o Paolo.

La Chiesa è come un “ospedale” per peccatori, non un club per sani. La missione è annunciare che siamo amati nelle nostre tenebre e che proprio la nostra povertà, toccata da Cristo, diventa strumento di luce per gli altri.

Si può conclude che la fede non è un evento istantaneo, ma un cammino graduale che richiede l'umiltà di lasciarsi accompagnare e toccare da Dio. Il cieco compie un percorso di consapevolezza che lo porta ad adorare Gesù come “il Signore”. Questo cammino lo conduce a una libertà interiore tale da permettergli di affrontare con ironia e coraggio le autorità religiose, diventando un testimone della verità a dispetto dell'esclusione sociale che ne consegue per lui.

Anche la nostra storia, pure nei suoi aspetti più assurdi o dolorosi, se bagnata dall'obbedienza a Cristo, può diventare così il germe di una nuova profezia e di una missione che illumina il mondo.

Lampada ai miei passi

Elena Conforto

Originaria di Bovisio Masciago (Milano) è missionaria saveriana dal 1999. Ha svolto la sua missione in Brasile dal 2003 al 2014, a Morro Doce (San Paolo) e a Londrina, dove ha lavorato in parrocchie di periferia, in particolare nella pastorale giovanile, con i movimenti sociali e nell’Animazione Missionaria e Vocazionale.

Ha conseguito in Italia il Diploma di Assistente Sociale all’Università Cattolica di Milano, il Magistero in Scienze Religiose con indirizzo biblico alla Pontificia Università Gregoriana a Roma, mentre a San Paolo del Brasile ha frequentato la Scuola per Formatori e inoltre ha ottenuto il Master in Pastorale Giovanile presso l’Università Salesiana. Attualmente è a Parma come Consigliera generale.

Riflessioni Bibliche