
Un cieco può guidarne un altro?
Ascolta la Parola
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».
Riflessione biblica
Gesù ci parla attraverso ossimori, accostamenti di cose contrapposte: il cieco-guida, la trave-pagliuzza, fichi da spine e uva da rovi. Vuole attirare la nostra attenzione con questi contrasti, mostrandoci che sono dentro di noi.
“Un cieco può guidarne un altro?”. Talmente ovvio. Eppure, siccome il cieco-guida presume di vederci, sono cose che succedono. A volte ci mettiamo in situazioni più grandi di noi, vogliamo aiutare qualcuno mentre siamo le persone meno indicate per farlo e casomai avremmo bisogno noi di una mano. Il Signore ci richiama a esaminare noi stessi, quando presumiamo troppo delle nostre forze. Per accorgercene bisogna cadere in qualche fosso. E il Signore, siccome non butta mai niente, si serve di quelle cadute per lavarci gli occhi, con il suo collirio (cf. Ap3,18) e così ritorniamo “discepoli, ben formati” dalla vita e dalle cadute vissute in relazione con il Maestro.
C’è una trave nel nostro occhio ogni volta che cerchiamo di togliere la pagliuzza dall’occhio altrui.
Ogni volta che ci investiamo del ruolo di giudici-correttori, corriamo questo rischio. Ma perché questa deformazione? Com’è che nel mio occhio c’è sempre una trave e in quello degli altri qualcosa di piccolo e appena visibile? Vale proprio sempre? Eppure c’è gente che ne combina di peggio. Sì, ma il punto è che a ciascuno non si chiederà conto di cosa ha fatto il vicino, il collega, ecc. Piuttosto Dio ci chiederà cosa ne abbiamo fatto noi della vita ricevuta. Perciò il nostro peccato è sempre ingombrante e accecante, perché ne va della nostra salvezza e abbiamo potere solo su quello.
Ecco perché occorre togliere tutte le travi che ingombrano inutilmente i nostri occhi, il nostro cuore e impediscono di vedere la luce dello Spirito in noi e negli altri. Se poi perdiamo il nostro tempo a farci giustizieri dei nostri fratelli, indomabili cercatori di pagliuzze e dettagli di inutili perfezioni, la trave si sclerotizza e ci perdiamo la parte migliore della vita, che è appunto vivere! Accogliere il dono! Lasciar fluire in noi la vita di Dio!
“Ogni albero si riconosce dai suoi frutti”.
“I frutti sono della stessa natura del seme” faceva eco Gandhi, quando insegnava la sua teoria della non violenza attiva: ovvero non si può raccogliere frutti buoni da azioni malvagie o violente. Se desideriamo la libertà, la pace sociale, l’unità di un popolo, non si può ottenere attraverso la violenza, la guerra, l’odio. No, va seminato lo stesso seme! I frutti sono della stessa natura del seme.
Le parole che escono dalla bocca sono un “frutto” di quanto è seminato nel cuore… Che bello sarebbe se ne uscissero parole di “amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22) che sono i frutti dello Spirito. Questo frutto, siccome è suo, non dipende da uno sforzo nostro, ma dal seme dello Spirito nel nostro cuore, dall’accoglierlo, dall’invocarlo ad ogni istante e lasciarlo agire in noi. La sua vita e il suo frutto sgorgano, a partire da questa docilità. Sì perché è opera sua in noi che si compie da se stessa, a noi di custodirla e farvi spazio dentro.






