
Musica a due mani
Ascolta la Parola
18 Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamene, pensò di ripudiarla in segreto. 20 Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21 ella darà alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
22 Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: 23 «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio-con-noi.
24 Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.
Riflessione biblica
La storia umana è una musica a due mani: una mano è di Dio, l’altra è nostra. A volte le mani suonano insieme e producono armonia, pienezza di vita per l’uomo e la creazione. Altre volte l’essere umano cerca una partitura alternativa, che gli sembra più consona ai suoi desideri, e se ne va per conto suo, facendo dei grandi disastri. La nascita di Gesù, così come è raccontata da Matteo, è la storia dell’intreccio misterioso tra vicende umane difficili, spesso drammatiche o poco onorevoli, e il piano di Dio che non vuole agire al di fuori di esse. È come se Dio, anche di fronte a una stonatura, cercasse sempre di ricondurla alla partitura originale o, comunque, di comporne ancora una nuova e più bella.
Quella lunga lista di nomi che parte da Abramo e arriva fino a Giuseppe, lo sposo di Maria, è una storia fatta da gente non sempre così esemplare come si vorrebbe: patriarchi presi da tresche familiari, re corrotti e donne dalla vita difficile. Eppure, di quattordici in quattordici generazioni, scandite con una regolarità matematica da quel «generò» ripetuto per ben 40 volte, si giunge fino a Giuseppe, della stirpe di Davide. Gesù viene da lì. Nelle vene porta il sangue e le vicissitudini del suo popolo. Non è un fungo spuntato nel deserto o in un pianeta alieno. È figlio della terra di Israele, figlio di una promessa iniziata da Abramo, rinnovata a Davide (cf. 2Sam 7) di cui Dio non s’è mai dimenticato, anzi. Ne ha tessuto pazientemente la trama, anche là dove il filo sembrava spezzarsi.
Ma poi c’è un salto, inspiegabile: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato (egennēthē, è generato) Gesù, chiamato il Cristo» (1,16). Tutti hanno generato qualcuno da qualcun altro, però di Gesù si dice che «è generato». Siamo di fronte a un verbo al passivo di cui il soggetto non è Giuseppe e neanche Maria. Li chiamano «passivi divini» perché nella Scrittura è sottinteso che chi conduce quell’azione è Dio. Ma quando mai si è sentito dire che Dio abbia generato qualcuno, così come una madre e un padre lo fanno con un figlio?
Matteo si affretta allora a spiegare che quella generazione viene da Davide, grazie a Giuseppe, ma che va ben oltre il grande re: viene da Dio. Con una brevissima nota, ci mette al corrente che quanto avvenuto in Maria, la promessa sposa di Giuseppe, è «opera dello Spirito Santo». Un lampo a ciel sereno. E Matteo non darà nessuna spiegazione né sul come, né sul dove, né sul quando, perché non è interessato ai risvolti psicologici o biologici di questo fatto, ma al suo peso teologico.
Il lettore era già stato informato prima, al v. 16, di questa generazione divina, ma Giuseppe no. Cosa farà quando saprà che Maria è incinta di un figlio che non è suo? La sorpesa, il travaglio interiore di Giuseppe è il travaglio del credente a cui non è chiesto di spiegare il mistero, ma di accoglierlo. Di Giuseppe son dette poche cose: che era della stirpe di Davide, che era sposo di Maria, che era un giusto, cioè che osservava la Legge. Ed è soprattutto la sua giustizia a farlo padre di Gesù. La Legge gli esigeva di ripudiare Maria perché adultera. A quei tempi non si praticava più la lapidazione, ma si dava il libello di divorzio, che permetteva alla donna quanto meno di rifarsi una vita. Ma non le avrebbe certo risparmiato gli epiteti che possiamo immaginare. Ma se davvero ami, o hai amato qualcuno, come fai a desiderargli il male, a godere nel vederlo esposto alla vergogna, alla diffamazione?
Giuseppe si scervella per trovare una scappatoia alla Legge che gli permetta di salvare Maria e l’obbedienza al Signore. Ripudiarla in segreto? Un divorzio clandestino, ma pur sempre un divorzio. Quando Giuseppe s’abbandona al sonno e lascia in sospeso quel suo rimuginare sulla Legge, il messaggero del Signore s’infila in quella feritoia chiedendogli di prendere con sé Maria come sposa. Non la perderà, non la deve perdere. Maria partorirà il figlio dello Spirito e lui, come ogni padre, dovrà dargli il nome: Gesù, Dio salva. Giuseppe si ritrova dentro a una partitura che viene da lontano. Dio voleva abitare come amico tra la sua gente, essere uno di loro, vivere in loro. Emmanuele, appunto, Dio-con-noi. E a uno che viene gli si apre la porta, lo si accoglie in casa e nell’anima. Ecco, il tempo è giunto.
Il sonno finì e Giuseppe il giusto obbedì alla Parola del Signore, una Legge che non avrebbe mai immaginato. Prese con sé Maria come sposa e attese la nascita di quel figlio ormai anche suo. Perché, come si fa a sapere qual è la mano di Dio e quella dell’uomo quando si fondono in un’unica musica?
Giuseppe, l’uomo dalle labbra chiuse,
l’uomo dell’interiore!
Se almeno avesse detto qualcosa, una parola,
potremmo forse indovinare
il fondo della sua anima,
il senso della sua strana vita.
Invece niente, mai niente.
Giuseppe dalla labbra chiuse
è l’uomo che comincia dove Giobbe finisce,
voglio dire che nasce con la mano sulla bocca.
Ha un senso enorme di Dio, della dismisura del suo Essere
e della sua pazzia d’amore.
Non lo vedo proprio chiedere spiegazioni all’Inesplicabile.
L’unica volta in cui è stato veramente scavalcato,
ha voluto unicamente scomparire, senza una parola:
«Va’, mia amata».
L’angelo di Dio l’ha scemplicemente scosso.
Dopo tutto, Giuseppe è un uomo.
Louis-Albert Lassus






