
Lo dico a tutti: «Vigilate!»
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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».
Riflessione biblica
Alla domanda dei discepoli circa quando sarebbe ritornato il Figlio dell’uomo, Gesù aveva dato una risposta sconcertante: né lui né gli angeli conoscevano il giorno e l’ora, ma solo il Padre. Il desiderio di controllare il futuro cozza contro un Messia che afferma di non sapere tutto. L’unica cosa certa è che Lui tornerà. Il quando ha poca importanza. Importa invece il modo giusto di vivere l’attesa del suo ritorno.
Ritroviamo qui gli imperativi che hanno costellato la prima parte di quest’ultimo discorso di Gesù prima della passione: vigilate, state attenti, non lasciatevi sorprendere. Guardate il fico. Dai rami secchi depredati dal vento e dal gelo, spuntano tenui gemme che annunciano la primavera. Il discepolo dovrà avere fiducia nella promessa di Gesù e aguzzare la vista per cogliere i germogli della vita che trionfa sull’inverno.
Ma l’attesa stanca. L’esistenza, con la sua monotonia e le infinite preoccupazioni, assopisce pian piano la tensione verso la pienezza non ancora raggiunta. Attende solo chi si accorge di non avere tutto, di essere mancante, di volere andare oltre, di desiderare qualcuno. Vigilare è il contrario di essere addormentati, di non essere coscienti di ciò che succede attorno a noi; è vivere distratti, senza accorgersi del colore degli occhi dell’altro, della sua mano tremante, del silenzio assordante, delle cose non dette. Si aspetta una persona, si attende la bellezza, il tramonto, il sorriso di un bimbo. L’altro viene se gli vai incontro. Se non ti accorgi della sua presenza, è come se non fosse mai venuto.
Per questa ragione Marco parla della «venuta» del Figlio dell’uomo, non del suo «ritorno» perché, in realtà, non se ne è mai andato. Lui è il Veniente, colui che viene sempre. Mancano soltanto gli occhi per vederlo. Gesù si è rifiutato di indicare dei segni incontrovertibili della sua prossimità perché sapeva che potevano essere controproducenti. Chi sa farsi prossimo incontra sempre un prossimo. Chi scorge nella croce i germogli della vita, riconosce in quel maledetto che pende dalla croce, come lo chiamava la Legge, il Figlio del Dio vivo. Se lo riconosci, tutto cambia. Cambia il modo di intendere la storia e la propria esistenza. Una litania di drammi può diventare una litania di generosità. La pandemia da Covid, che ancora stiamo soffrendo, si apre anch’essa a questa possibilità.
Il tempo dell’Avvento è il tempo per accorciare le distanze, per andare verso ciò che esiste. Le gemme del bene sono sempre piccole e crescono lentamente, per lievi trasformazioni. Non si può affrettare l’estate, si deve rimanere a lungo a contemplare la crescita di un albero che sembra morto. Le radici stanno lavorando, la linfa non se n’è andata. Quando si pretendono dei segni clamorosi, spettacolari, non si vedono le lucciole.
E se il piccolo germoglio comincia a spuntare, abbine cura, è prezioso, fragile, un nulla potrebbe distruggerlo. Vigilare è avere cura. Quante volte la vita è stata calpestata, negata, eppure, timide bracia sono rimaste sotto la cenere. Se vai all’incontro, incontri.
Gesù chiude il discorso dirigendosi alla moltitudine: «Ciò che dico a voi lo dico a tutti». Non vuole gruppi elitari che abbiano privilegi sugli altri. Se ascolteremo le parole di Gesù, diventeremo dei vigilanti, non degli iniziati. Abbiamo visto il mondo vecchio morire sul Golgota. L’amore ha vinto il male e la morte, e lo vince ogni volta che noi crediamo in questa vittoria. Come sentinelle scrutiamo la notte e scorgiamo le tenui luci dell’alba che avanza.
Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto:
verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.
Clemente Rebora






