
Andate... miei discepoli
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In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Riflessione biblica
In questi ultimi cinque versetti del suo Vangelo, la comunità di Matteo riassume e concentra tutta la Buona Notizia, collegando l’attività finale di Gesù con il suo inizio: Beatitudine – Resurrezione.
I discepoli ora non sono più dodici ma undici. Il numero dodici, che rappresentava Israele, non viene più ricostituito da Gesù, e ciò indica che è una nuova tappa, una nuova comunità. I discepoli sono undici perché è assente Giuda, incapace di vivere la beatitudine della povertà.
Gesù non aveva fissato ai discepoli nessun monte. Attraverso le donne aveva comunicato il messaggio che lo avrebbero incontrato in Galilea, ma non aveva indicato un luogo preciso dove incontrarlo. Perché i discepoli, senza esitazione alcuna, si dirigono verso il monte? “Monte” non è un’indicazione topografica ma teologica. Non indica un luogo ma una realtà.
Il “monte” è il luogo della terra più elevato e vicino al cielo, che da sempre è ritenuto nelle culture antiche la dimora della Divinità. Salire sul monte significa poter aver accesso alla divinità o avere la condizione divina.
Il vangelo di Matteo è l’unico che fa iniziare e terminare l’attività di Gesù sul monte (Mt 5,1; 28,16). All’inizio dell’attività di Gesù: “il diavolo lo condusse sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria” (Mt 4,8-9). Il tentatore aveva prospettato a Gesù la condizione divina (monte altissimo) intesa come dominio sul mondo. Gesù raggiungerà la sommità del monte altissimo, non dominando, ma donando la sua vita (Mt 17,1-9).
La comunità pone come condizione per incontrarsi con Gesù, salire il monte. Il monte è il luogo di coloro che hanno scelto di vivere le beatitudini (Mt 5,3-11), la generosa condivisione di quel che hanno e di quel che sono. Scelta che conferisce loro la stessa condizione divina di Gesù, il figlio di Dio. Gli undici si sono recati su il monte delle beatitudini, luogo dove Gesù ha proclamato il programma del Padre; quanti salgono il monte, accettando e praticando le beatitudini, faranno l’esperienza di Gesù risorto. Gesù non promette ai discepoli un’esperienza futura, ma assicura una condizione presente: vivono già nel regno di Dio.
Gli undici vedono Gesù. Il verbo adoperato dall’evangelista è lo stesso usato nelle beatitudini: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8): esso non indica il semplice vedere fisico, ma una profonda percezione della realtà, ed è usato nelle manifestazioni divine (Mt 17,3; 26,64; 28,10). Vedere il Cristo risuscitato non dipende dalla vista, ma dalla fede. È questa che fa comprendere agli undici che pur trovandosi di fronte al Gesù da essi conosciuto, in lui si manifesta la pienezza della condizione divina.
I discepoli si prostrano, in un segno di adorazione riservato alla divinità, lo stesso gesto compiuto a Betlemme dai Saggi (Mt 2,11). Lo stesso gesto richiesto a Gesù dal satana nel deserto: “Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai” (Mt 4,9). La seduzione del tentatore consisteva nel proporre a Gesù la condizione divina attraverso l’uso del potere. Gesù ha raggiunto la pienezza della condizione divina attraverso un servizio totale compiuto nel dono radicale di se stesso. L’esperienza di vedere Gesù risuscitato non è un privilegio storicamente concesso agli undici discepoli, ma una possibilità per ogni generazione di credenti che accolga e pratichi le beatitudini.
Stranamente la comunità ricorda: “essi dubitarono”. Dubitarono di che? Che è il Risorto, no: lo vedono! Della sua condizione divina, no: si prostrano! Dubitano di che? Il verbo dubitare/vacillare è presente soltanto qui e nelle parole di Gesù a Pietro che vacilla camminando sulle acque: “Cominciando ad affondare gridò a Gesù di salvarlo e il Signore gli stese la mano, lo afferrò e gli disse: uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,30-31). L’accostamento tra i due episodi indica che tutti i discepoli non hanno ancora la fede sufficiente per raggiungere Gesù nella pienezza della condizione divina. Gli undici hanno infatti compreso che se vogliono essere con Gesù devono affrontare anch’essi l’infamia e l’orrore della crocifissione e dubitano di esserne capaci. Avevano assicurato a Gesù di essere pronti a morire con lui (Mt 26,35) ma poi lo avevano tradito, negato, abbandonato (Mt 26,56). Con questo dubitare, l’evangelista segnala che il cammino della comunità cristiana verso il dono di sé è lento e faticoso.
Nonostante l’esitazione, Gesù ripone fiducia in loro e li invia: “andate e fate miei discepoli tutti i popoli”. Il termine greco ethné indica le nazioni pagane: i popoli che erano emarginati, disprezzati, proprio questi sono oggetto dell’amore del Padre. Ricordiamo che ‘pagani’ viene da ‘pago’ che significa rurale: pagani significa le popolazioni agricole, nel contesto dell’epoca, disprezzate socialmente e religiosamente. Loro sono i destinatari dell’invio, dell’annuncio. Sentiamo l’eco delle parole di papa Francesco: una Chiesa in uscita, una Chiesa da campo…
Il mandato: fare discepoli, battezzandoli. Un mandato che non è un rito liturgico. Il verbo battezzare, dal greco baptizo, significa immergere, inzuppare, impregnare, essere totalmente presi da un progetto, da una proposta di vita. Essere discepoli e discepole inzuppate, impregnate delle Beatitudini.
Battezzare nel nome. Nome, una persona, la sua realtà. È il nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Nel nome Divino che identifichiamo come Padre/Madre presenza amorosa e umana rivelata in Gesù riconosciuto come Figlio, che agisce nel mondo, nella storia attraverso la forza dello Spirito. “Beati i poveri nello spirito”: sono la presenza nella storia di persone che “nello Spirito” orientano e indicano il cammino da percorrere per essere discepoli e discepole del Padre e del Figlio nella forza della Divina Ruah. Cammino della comunità che crede e cammina in direzione agli esclusi, emarginati, rifiutati dalla società e dalle religioni: andare verso di loro perché possano sperimentare la pienezza dell’amore del Padre/Madre nell’agire del Figlio/Gesù e della Divina Ruah, energia di vita.
“Insegnando”: è la prima volta che la comunità di Matteo nel suo vangelo trasmette questo comando: insegnare. Gesù non li manda a insegnare una dottrina, ma una pratica: “osservare ciò che vi ho comandato”. Una sola volta altrove, in questo vangelo, Gesù usa il verbo insegnare ed è nel discorso delle beatitudini (Mt 5,19). Insegnare e praticare le beatitudini; insegnare e praticare la condivisione per amore, il servizio offerto nell’amore. In Gesù le beatitudini sono la Nuova Alleanza.
La comunità di Matteo inizia il suo vangelo proclamando: “Emmanuele, Dio con noi” e conclude: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, una promessa che è una garanzia. Non afferma solo: fino alla fine del mondo, ma: tutti i giorni. Non si tratta della fine del mondo, non è una data prefissata. La fine del mondo non è una realtà temporale, è una presenza qualitativa. Gesù assicura: quando due o tre sono riuniti, di comune accordo nel mio nome (Mt 18,19-20), d’accordo comunicando e vivendo l’amore, Io sarò presente!
“... perché state a guardare il cielo? ...” (At 1,11) Si guarda il cielo perché si ha paura o non si vuole guardare la terra. La comunità di Matteo supera le paure, l’insicurezza, la fobia di essere un piccolo gregge, impara duramente con la vita a percorrere il cammino del discepolato missionario, si lascia interrogare dagli avvenimenti, dalla storia e riesce a aprire gli orizzonti, a intravvedere il futuro, anche quando tutto lo nega.
La vita è una saggia maestra. La vita minacciata genera sapienza che ci rende capaci di lasciarci convertire dalle avversità, dalle diversità, ci fa capaci di trasgredire le dottrine che negano la vita.
Rileggere costantemente Gesù di Nazareth, la sua umanità. Umanità che seppe camminare e scontrarsi con le realtà umane; che ha accolto il grido di una donna che chiedeva vita per la figlia e se ne è lasciato convertire; che ha incontrato e curato la fragilità umana; che a chi lo aveva rinnegato e abbandonato ha ridato fiducia; che ha confermato le donne che lo hanno seguito, servito, e sono salite con lui al Calvario. Chiediamo che a noi doni il suo Spirito/Divina Ruah, ci conduca nei cammini del discepolato missionario dell’amore.






