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Missionarie di Maria
SAVERIANE

La miseria di fronte alla misericordia

Virginia Isingrini mmx
552
03 Aprile 2019

Gesù è a Gerusalemme, sul finire della festa delle capanne, una festa piena di luce e di gioia.

Le sue opere e le sue parole suscitano molte controversie tra la gente comune e, soprattutto, tra i farisei. Egli allora ne approfitta per insegnare nella spianata del Tempio. Quel giorno, al sorgere del sole, scende dal monte degli Ulivi e si reca al Tempio dove lo attende una grande folla. Il mattino, nel Vicino Oriente Antico, è il momento della giustizia. La luce prende il posto delle tenebre e i giudici si recano alla corte per risolvere i casi a loro sottomessi (cf. 2Sam 15,2). In effetti, qui Gesù è presentato come un giudice che deve pronunciare un giudizio su un caso che gli espongono gli scribi e i farisei. Si tratta di una donna colta in flagrante adulterio, trascinata a forza nel Tempio, esposta senza alcuna pietà agli sguardi attoniti della folla lì presente. Il giudizio può cominciare! La Legge era chiara e molto dura al riguardo: entrambi gli adulteri andavano puniti con la lapidazione, a testimonianza della gravità di questa colpa. Ma alla donna e della donna nulla è detto, al punto che passa in secondo piano perché il vero imputato è Gesù. Il suo caso è solo un pretesto per coglierlo in errore. Approverà la sentenza di morte?

Se non lo farà, si dichiarerà nemico della Legge di Mosè e rischierà lui una severa condanna. Se lo farà, dovrà abbandonare l’immagine che di lui si è fatta finora la gente. Come uscire dal dilemma?  Gesù non reagisce, prende tempo. Si china e scrive nella povere. Molto si è detto su questo gesto, ma forse è solo un modo per farli riflettere un attimo. Invece di pronunciare un giudizio sulla donna, devono prima pronunciarlo su se stessi! Ciascuno deve uscire dalla legge del branco, dove la mano assassina si nasconde dietro la mano degli altri. Chi può dirsi senza peccato e scagliare la prima pietra, la più grossa, che doveva uccidere sul colpo la colpevole?

Per evitare di condannare se ne vanno in silenzio, iniziando dai più vecchi. Da giudici si sono trasformati in potenziali imputati. La ritirata è preferibile alla vergogna.

Nel silenzio del mattino, al sorgere del sole, quando tutti se ne sono andati, la miseria si ritrova sola davanti alla misericordia, come diceva sant’Agostino. «Donna, nessuno ti ha condannata?» «Nessuno, Signore». È una donna! Nessun essere umano può essere identificato con il suo peccato o ridotto a un caso da giudicare. È una donna, arrivata lì come condannata, che se ne va via viva e perdonata. Aveva solo un futuro di morte e Gesù le riapre le porte della vita. Senza che essa abbia mai pronunicato parola di pentimento o richiesta di perdono. Eccolo lo scandalo!

Ma non è il peccato ciò che suscita l'amore di Dio. L’amore di Dio è alla fonte dell’esistenza dell’uomo e del creato, dono infinito, sproporzionato, perfino irragionevole. Perché così è l’amore. E se il peccato verrà, Dio manifestarà lì tutta la sua forza di perdono e di misericordia.