Un Dio in cerca dei perduti
Qualcuno ha detto che la parabola del figlio prodigo, o meglio, del Padre misericordioso, è il cuore del Vangelo di Luca, il cuore del viaggio di Gesù verso Gerusalemme.
E quando ci si avvicina al cuore, bisogna farlo con delicatezza, quasi con timore, perché se lo fermi cessa la vita. Noi possiamo solo ascoltarne il battito, lasciandoci attrarre dal suo misterioso cadenzare. È vero che da questa parabola si possono cogliere infiniti insegnamenti, ma proprio questa dispersione c’allontanerebbe da quel nucleo centrale attorno a cui ruotano tutti gli altri elementi. Luca ci dice che Gesù la raccontò a causa degli scribi e farisei che «mormoravano contro di lui perché accoglieva i peccatori e mangiava con loro». Mormoravano, non gli andava giù quella familiarità, quasi una ilarità nella convivenza, con chi rompeva pubblicamente la Legge. I santi non si mescolano con i peccatori!
E allora Gesù disse una parabola, cioè un racconto costruito ad arte, per cercare di stanarli da quel cerchio di perfezione in cui si erano rintanati. Ma era una parabola in tre tempi. Prima quella del pastore in cerca della pecora perduta, poi della donna che mette a soqquadro la casa per ritrovare una monetina smarrita. Tanto la donna come il pastore vanno in cerca proprio dell’unica cosa che per una qualche ragione si era persa. Una ricerca spasmodica, come se ne andasse di mezzo il mondo intero. Ecco, dice Gesù, Dio è così: non aspetta neppure che il perduto lo cerchi, è lui che si mette sulle sue tracce e scoppia di gioia quando riesce a riportarselo a casa. E tutti devono fare festa, perché è troppo importante non perdere neanche il più disgraziato e lontano. Ne basta uno solo per non darsi pace!
E poi alza la posta in gioco. Non più una pecora o una moneta, ma un figlio, anzi due. Adesso siamo di fronte a un padre veramente sfortunato. Dei due figli che ha nessuno sembra comportarsi come tale. Il più giovane chiede la sua parte di beni per andarsene da quella casa che imprigionava la sua libertà. Il padre accetta senza fiatare, anzi, gli dà molto di più di quanto richiesto: la sua «vita», dice letteralmente il testo. Sappiamo bene come finirà la storia: tra i porci, senza più nessuno che gli allungasse almeno un tozzo di pane. Il vero peccato non è consistito semplicemente nella sua vita dissoluta, ma nell’aver considerato il padre un avversario di cui sbarazzarsi. E quel figlio ritorna, certo, disposto a fare lo schiavo pur di riempire lo stomaco, ma torna perché ha capito che in quella casa si stava meglio che in qualsiasi altro posto. E al padre è bastato.
Non ha chiesto spiegazioni, non ha preteso neppure un compenso al male fatto, l’ha accolto come un re. Il vero protagonista della parabola è l’amore viscerevole di questo padre che corre lui giù per la collina all’incontro del figlio perduto. È stato sufficiente quel ritorno, quella conversione, per fargli scoppiare il cuore di gioia, per fargli perdere la testa in una frenesia di gesti che a fatica riusciamo a tenere insieme: una corsa, un prolungato abbraccio, un bacio, un vitello grasso da ammazzare, musiche e danze che s’ascoltano fin giù, in fondo alla strada.
La conversione non è un prezzo da pagare, ma un cambiare il modo di vedere Dio e l’esistenza. È questa la sfida e il dramma che anche il figlio maggiore deve affrontare, un figlio arso dall’invidia e logorato dal perfezionismo morale. Un figlio che non si è mai allontanato da casa, ma che è sempre rimasto lì con fatica, con insofferenza. Un figlio fedele, ma con l’anima del servo, incapace di condividere la gioia del padre, perché non ha visto nel fratello uno come lui, ma uno sfrontato e fortunato da punire.
La parabola non dice se il figlio maggiore accettò di entrare alla festa. Tocca a noi scriverne il finale. Tutto dipende da chi è Dio per noi, perché quell’immagine ci accompagnerà fino alla morte.




