Teresa Del Gaudio e Maria Grechi
Il 25 Luglio 1956 alle 23,11, al largo del faro di Nantucket, nell’urto tra la « Stockholm » e l’«Andrea Doria», le nostre due Sorelle, Teresa Del Gaudio e Maria Grechi, hanno chiuso la loro esistenza terrena. Occupavano la cabina 218 ed abbiamo motivo di pensare che l’urto stesso abbia spezzato la loro giovane vita, tutta dedicata al Signore ed alle anime.
Maria Grechi nasceva a Romanengo il 20 febbraio 1927 terzogenita di Pietro e Giovannina Lavadini, prima di lei la coppia aveva avuto Angelo, Emilio, Gina e dopo di lei Vincenzo. Ha frequentato e completato il ciclo delle scuole elementari in paese. Era molto impegnata nell'Azione Cattolica, ha lavorato per qualche tempo nella filanda locale ed infine ha aiutato in casa la sorella Gina nel suo lavoro di sarta senza mai lasciare il suo paese. L’amicizia con Liliana Fantini, sua compagna di classe, le ha dato l’opportunità di conoscere i Missionari Saveriani, attraverso Renzo Fantini, fratello di Liliana, che faceva parte di quella Congregazione. Fu l’esempio di Renzo a determinare la scelta della sorella Liliana e di Maria di entrare nella Famiglia delle Missionarie di Maria, ramo femminile dei Saveriani. Maturata con gli anni la loro vocazione missionaria, Maria e Liliana giungevano a Villa Bottego nell'ottobre del 1947, due anni dopo l’inizio della Congregazione delle Missionarie di Maria che stava muovendo i primi passi.
Teresa Del Gaudio nasceva a Montano Antilia, (Salerno) da Matteo e Serra Orsolina, il 14.09.1924. Aveva un fratello e una sorella. Conseguito il diploma di maestra elementare, ha insegnato per alcuni anni. Nutriva però il sogno di andare in missione. Prese contatto con le Missionarie Comboniane che avevano una comunità in un paese vicino, ma non si sentiva di indossare l’abito da suora. Si chiedeva se esistesse il modo di essere missionaria senza un abito uniforme. A Massa della Lucania c’era una Comunità Apostolica dei Padri Saveriani che accoglieva ragazzi che desideravano diventare missionari. Qui si trovavano due cugini di Teresa e facendo visita a loro conobbe P.Turci che le parlò della nascente Congregazione delle Missionarie di Maria. Era proprio quello che lei desiderava. Il 31 maggio del 1947 entrava nella nostra Famiglia a Parma.
Maria e Teresa giunsero a Villa Bottego nello stesso anno; giovanissime, portarono nella piccola Comunità, un’ondata di gaiezza e di vita. Con la Madre, Teresa, Lavinia, Elisabetta, Gianna e Lilia, formarono il primo coraggioso gruppo che doveva essere fondamento dell’Opera, cui diedero un poco l’impronta della loro anima. Vissero, come ogni Saveriana, i quattro anni di formazione nella preghiera, nello studio, nel silenzio raccolto di un lavoro spesso faticoso in uno slancio dì dedizione che fu subito totale.
Dovette loro costare molto il distacco dalla Casa Madre quando andarono nella Clinica di Napoli e poi, più tardi, per motivi di studio, a Bologna e a Piacenza. Che festa quando tornarono definitivamente a casa con i loro diplomi! Teresa era divenuta ostetrica ed infermiera. Maria, che nell’assistenza degli ammalati a Posillipo, aveva scoperto la sua vocazione, era anch’essa infermiera. Ricopersero in quegli anni cariche di responsabilità nonostante fossero tanto giovani. Ambedue facevano parte del Consiglio Direttivo della Società e furono Superiore per qualche tempo, l’una a Posillipo e l’altra nella Casa di Cura di Via Zarotto a Parma.
Ora avrebbero dovuto raggiungere gli Stati Uniti per completare nell’ospedale St. Vincent di Worcester nel Massachusetts la loro preparazione tecnica. Ma questo non era il vero campo di apostolato perché esse sognavano già un'altra nave che le portasse, attraverso un oceano più vasto,in Giappone. Fu invece l’ultimo viaggio, quello verso il Cielo. Non c’era ombra di presentimento in loro, eppure, per un insieme di circostanze che non sappiamo ben definire, quella partenza fu meno festosa delle altre. Nonostante l’entusiasmo, il distacco era costato molte lacrime alla natura, ma esse lo avevano affrontato generosamente, compiendo nell’accettazione dell’obbedienza, un atto puro d’amore.
Cerchiamo di scoprire il tesoro nascosto delle loro anime
Teresa silenziosa e riflessiva, era sempre la prima ad offrirsi quando c’era di mezzo il sacrificio, per quello slancio di generosità che ella attingeva accanto a Gesù a cui dedicava tutto il tempo libero. «Sei il nostro frate Fuoco», dicevano scherzosamente le prime Sorelle, edificate da tanto ardore. Nel suo sguardo c’era solo e sempre la ricerca di Dio, l’anelito dell’anima amante: «...Di Te, o Signore, ha sete l’anima mia, di Te ha bisogno la mia vita come terra arida ed assetata, rimasta senz’acqua». Era affettuosissima e ce lo dimostrava in mille modi, anche se, per un’istintiva riservatezza forse, non lo diceva a parole. Aveva scelto la strada della rinuncia e del nascondimento e vi è rimasta fedele fino alla fine.
Maria, nella sua allegra espansività richiamava alla mente un’immagine di primavera. Quando era con noi, tutta la casa risuonava delle sue risate, fresche come una cascatella d’acqua montana. « Sentiremo la nostalgia delle tue risa, quando sarai in America ». E lei trovava ancora la forza di sorridere nonostante la pena degli ultimi addii. Ma era anche il riflesso della sua spiritualità quella gioia traboccante che riusciva a comunicare agli altri. Tutto era semplice e spontaneo in lei e nel suo entusiasmo per il Signore, aveva a volte espressioni di una ingenuità deliziosa : « Attenta, Gianna, non calpestare i bucaneve. Sono di Gesù: li ha creati cosi belli per noi». Perché la sua anima era limpida, sapeva godere di ogni minima cosa e questo era il suo modo di glorificare Dio. E che delicatezza d’affetto per tutti i suoi cari, per ognuna di noi, per Gina in particolare, la sorella che con lei condivideva la stessa vita e lo stesso ideale.
Ora Maria e Teresa sono nella Gioia che non ha fine. A noi resta la consolazione della fede che ci dice che il Signore non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per procurarne loro una più bella e più grande.

Lampade accese
Non l’ombra di una croce in camposanto,
né ceri ardenti, né fruscio di fiori,
non zolle sacre per il nostro pianto,
ma solo il lento sciabordio del mare
che ad ogni istante stempera l’azzurra
immensità dei cieli.
Al fragoroso schianto forse ancora
ignare sognavate, ma lo sposo
giunse improvviso: su venite, è l’ora,
lampade accese, siate al mio passare.
Altri per voi domani coglieranno
la messe fecondata . . .
Così diceva e la sua dolce voce
un poco si era fusa in quel franare
cupo dell’acqua, quando con la croce
stretta sul cuore pronte attendavate
sorella morte che doveva menarvi
alla Casa del Padre.
Ora laggiù sul fondo, nella pace,
dorme sfiancato - quanti sogni infranti! -
nero il gigante, ma la vostra face
noi cercheremo in alto, tra le stelle,
perché diriga ancora i nostri passi
per le strade del mondo.
Miriam Sartorelli .



