I colori del festival missionario
Perché un giovane dovrebbe passare il weekend al Festival della missione e non a Ibiza?
Sono una giovane del sud Italia e ho partecipato all'edizione 2025 del festival della missione: il festival offre momenti diversi pensati per ogni tipo di pubblico, e io personalmente ho preso parte a varie iniziative: è stato interessante dal punto di vista teologico sentir parlare di donne audaci nella Bibbia poiché, citando la relatrice “si può potenzialmente studiare teologia per cinque anni senza mai sentir parlare di donne” e una giovane credente non si sente dire tutti i giorni “impara a rispondere”, né sente parlare di sacerdozio femminile: dare spazio a voci diverse all'interno della chiesa è essenziale se si vuole la chiesa per tutti di cui parlava Papa Francesco.
Il weekend ha poi visto ospiti i registi del documentario “no other land”, un palestinese e un ebreo che hanno collaborato per denunciare ciò che si vede ormai tutti i giorni in Palestina. Oltre i contenuti delle loro interviste credo che la cosa che più porterò nel cuore sia la semplice immagine di un ebreo e di un palestinese seduti l'uno accanto all'altro, che parlano di pace e che vogliono davvero smetterla di vedersi come nemici giurati: questo forse vale più dell'ennesimo cessate il fuoco violato.
Le divisioni si vedono anche all'interno dello stesso cristianesimo, da secoli ormai diviso nelle più svariate confessioni presenti un po’ in tutto il mondo… ecco che
all'interno del festival viene ritagliato uno spazio per una veglia in stile Taizé, ecumenica, dove non conta quello che ci divide, ma quello che ci unisce.
Sulla scia dell'unità e della pace, quest'ultima è stata portata in piazza Castello, con una sfilza di attività sul tema per coinvolgere i passanti del sabato pomeriggio e magari portarli a interrogarsi sul pezzetto che ognuno di noi può aggiungere al puzzle della pace.
Sicuramente poi è stata significativa la presenza di Cristian Camargo, street artist che da anni dipinge murales di pace in giro per il mondo. L'arte per lui è un mezzo per portare le persone a parlarsi e collaborare alla realizzazione di qualcosa di bello che resterà per un po’ sul muro su cui è stato dipinto… magari il muro di una baraccopoli.
Il murale è una scusa, il vero scopo è portare le persone ad incontrarsi e avere un po’ di tempo per conoscersi e mettere in comunione con l'altro un pezzetto delle loro vite… e forse è proprio da queste piccole cose che si inizia a costruire la pace.




