I poveri, questi sconosciuti
Dumiel Rosette Luhinzo, è una giovane saveriana congolese. Dopo un anno di servizio al Carcere centrale di Bukavu e al Centro « Amici di Gesù » per ragazze e ragazzi di strada, ci aiuta a comprendere i molti volti della povertà in questa città.
Chi sono i “bambini e bambini e di strada”?
Il forestiero che arriva a Bukavu, vedendo i tanti negozi, automobili, case a più piani... potrebbe pensare che la povertà non c’è, ma se guarda bene si accorgerà che da una parte uno butta via una sedia ancora buona, mentre l’altro non ha nemmeno un pezzo di legno su cui sedersi. Io stessa, pensavo un tempo che i poveri del quartiere del "Credit" mangiassero abbastanza, solo dovessero risparmiare di più.
Quando ho iniziato a frequentare i bambini di strada o poveri che frequentano il Centro “Amici di Gesù”, gestito dalle Suore Missionarie di Santa Gemma, mi sono sentita accolta. Avvicinandomi a loro a poco a poco, vedevo che trascuravano i principi del vivere sociale, come il rispetto degli adulti, come se non avessero ricevuto un’educazione; intellettualmente, non avevano la stessa capacità di riflette degli altri bambini. Ho cominciato a capire allora che la povertà non è solo economica.
Questi bambini - circa duecentocinquanta – restano al Centro dalle 7 alle 15; a volte tornano a casa alle 18 e i genitori non chiedono loro cosa sia successo. Non sentendo l’amore dei loro genitori, alcuni sono delusi dalla vita e cominciano a perdere la fiducia.
Se sono orfani di padre, a volte il nuovo marito della madre non li accoglie e lei, scoraggiata, può lasciarli a sé stessi o mandarli dai nonni paterni, dove gli verrà detto che la famiglia li ha respinti. Se è morta la mamma, è peggio: la nuova moglie del papà a volte non li accetta, perché sono loro che li erediteranno, li maltratta, può dirgli di non passare la notte in casa, di non mangiare, può anche cercare accusarli, affinché il papà li abbandoni. A volte ci sono entrambi i genitori, ma il papà è ubriaco, torna a casa a tarda notte e inizia a picchiare la mamma.
In queste situazioni il bambino diventa indifferente, non dà più importanza alla vita, può fare qualsiasi cosa e inizia a vivere per strada. Alcuni iniziano a mendicare o a prostituirsi. Non hanno interesse ad imparare un mestiere e iniziano a bere bevande alcoliche forti contenenti anche droghe che si vendono a basso prezzo. C'è anche dell’alcol che si mette nelle scarpe e ci si ubriaca senza nemmeno berlo… Così la povertà si trasmette di generazione in generazione.
In carcere pensiamo che l’unica sofferenza sia la privazione della libertà...
La vita delle donne detenute è meno difficile di quella degli uomini detenuti, poiché sono meno numerose e ricevono più cibo. Una sfida per loro è la difficoltà ad accettarsi, i conflitti, a volte per futili motivi. Alcune vengono con i loro figli piccoli e in seguito a una discussione tra bambini, anche delle madri iniziano a litigare fino a farsi male a vicenda. Quando a una loro capa viene chiesto di portare una donna malata al dispensario della prigione, prima chiede denaro, senza il quale la donna rimane senza cure.
Gli uomini sono molto numerosi – circa 1.700 – a fronte di un carcere costruito per circa 500 persone. Il ricco che entra troverà spazio, sarà accolto, perché potrà pagare quanto gli viene chiesto; avrà anche il cibo portato a lui da casa. Ma il povero, quello che viene da lontano, quello che è stato abbandonato dalla famiglia o che era lui stesso responsabile in casa, non avrà visite. Entrando, non avrà nemmeno i 1.000 franchi (mezzo dollaro) richiesti per la scopa, soprattutto non avrà i cento dollari necessari per avere un posto in cortile e in cella e non toccare lo sporco delle latrine... Sono infatti i prigionieri che le svuotano.
Il povero non avrà un posto dove sdraiarsi nella cella sovraffollata di circa 200-300 persone. Se è fortunato lo si fa sedere, altrimenti passa tutta la notte in piedi, nella cella che viene chiusa alle 17; e di giorno, nel cortile, non potrà girare: dovrà sostare nel posto assegnato. Così, non gli è permesso riposare né notte né giorno, diventa debole, i suoi piedi si gonfiano...
Chi non paga è trattato come un animale, chiunque può manipolarlo, non ha più il diritto di parlare; può essere frustato anche centocinquanta volte al giorno. Se, sopraffatto dalla sofferenza, risponde male, sarà punito duramente, diranno per educarlo. Sono i prigionieri tra di loro che fanno tutto questo. Così, le persone diventano sempre più violente; è come se avessero già visto la morte e l’inferno: uscendo dalla prigione, non avranno più paura di nulla e potranno fare qualsiasi angheria.
I più poveri hanno tutti i loro averi in una piccola borsa: vestiti, pentolini. La maggior parte ha una sola tazza di plastica, che funge da bicchiere e da piatto. Al carcere c’è un solo pasto, alle 16, composto da una tazza di polenta di manioca e un po’ di fagioli. Se nessuno porta cibo dall’esterno, a poco a poco ci si ritrova fra i "gondagonda" (i malnutriti) e gli ammalati. È a loro che persone di buon cuore a volte portano cibo. Se ricevono vestiti, li vendono per trovare cibo. Se rimane della polenta, il giorno dopo la si può comprare a 100 franchi (1/20 di dollaro). Alcuni di questi prigionieri muoiono in prigione.
Nel carcere si celebrano diversi culti, secondo le Chiese. Alcuni detenuti si dicono delusi, stanchi di pregare: «Ho pregato molto e sono ancora in carcere, da quindici anni... Ho già vissuto tutte le sofferenze possibili». Per fortuna ci sono prigionieri che riflettono, si avvicinano alla parola di Dio, iniziano ad andare in chiesa e cambiano gradualmente il loro comportamento. Alcuni segnalano i loro compagni malati, proteggono quelli che sono maltrattati… Si incontrano in una “shirika”, (comunità ecclesiale vivente), dove pregano e condividono la parola di Dio, seguono la catechesi e la domenica partecipano alla messa nel cortile. Alcuni chiedono di ricevere il battesimo e altri sacramenti.
Come avvicinare le persone, bambini o adulti, che vivono queste situazioni?
All’inizio, con gli “Amici di Gesù”, era come se i bambini non mi volessero; litigavano, rubavano i fagioli previsti per il pasto di tutti... Ho capito che prima di reagire bisognava entrare nel loro mondo, e ho imparato la lentezza. Quando sono riuscita ad ascoltarli, a conoscere anzitutto i loro nomi, i muri sono crollati. Sentendosi chiamare per nome: “Ciao, Gloria! Ciao Christian!”, rimanevano sorpresi. A poco a poco ho avuto modo di conoscere la situazione di tutti.
Si possono regalare cose e scoprire il giorno dopo che hanno venduto tutto e sono ancora infelici. Per prima cosa si deve parlare con loro, ascoltarli, incontrare tutti senza far preferenze, fidarsi di loro, senza giudicarli né condannarli, fargli sentire che li ami, allora si possono loro dei consigli. Così sperimentano un po’ dell’amore che non hanno conosciuto in famiglia. Dei ragazzi mi dicevano: “Sorella, io non mi fido più delle donne: sono cattive, streghe…”. Accogliendoli, li ho aiutati a capire che c’è ancora una donna che può amarli.
Invece di imporre servizi, ho cercato di fargli sentire che li amavo e gli ho dato la libertà. Cominciarono loro stessi a pulire, a spazzare... Senza spingerli, li seguivo con lo sguardo. Se stavano facendo qualcosa di sbagliato, bastava loro guardarmi per capirlo. Oppure li incoraggiavo con un sorriso e anche loro rispondevano allo stesso modo. A poco a poco, sono venuti a dirmi ciò che stavano vivendo e cercavo di aiutarli. Se giungono a riconoscere il loro valore di creature umane, che Dio le ama, i cambiamenti cominciano a manifestarsi.
Che cosa hai ricevuto attraverso questi incontri?
Ho capito che la prima cosa è la pazienza e che bisogna farsi una di loro. A poco a poco ho lasciato i miei bei vestiti per essere loro vicina e mi sono sentita in famiglia: mi hanno accolto come la loro sorella maggiore. Anche i genitori mi cercavano per parlare. Se si crea amicizia, conoscenza, si vede che il Signore è ovunque. Anche nella miseria, un bambino può fiorire, trovare il senso della vita, se si sente amato: l’amore vince ogni sofferenza. Al Centro “Amici di Gesù” i bambini sono organizzati in gruppi, ciascuno con i propri leader: riflettono e discutono argomenti diversi e si consigliano reciprocamente. Uno di loro mi ha detto: “Sorella, anche dopo la scuola continuerò a frequentare questo gruppo”.
Da agosto 2022 sarò nella mia nuova missione di Kongolo. Ho capito che quando arrivi in un posto nuovo, se non pretendi di sapere tutto, se hai la flessibilità di ascoltare prima, di vivere semplicemente, di lasciarti guidare prima da loro, se arrivi ad amare con l’amore con cui Gesù ci ha amati, saremo accolti ovunque. Le persone a cui siamo inviati conoscono già molte cose: si tratta di vedere come mettervi il Vangelo, l’amore di Gesù. Accogliere e lasciarsi accogliere accolti, vivere lo spirito di famiglia in modo che si sentano davvero come una famiglia insieme.




