Imparare la Pasqua
Elisa Silva Sanchez, attualmente Delegata delle Saveriane nel suo Paese d’origine, il Messico, ha vissuto quasi quindici anni nella Repubblica Democratica del Congo prima della guerra del 1996 e vi è tornata in piena seconda guerra nel 2000 fino a settembre 2012.
Con il popolo congolese ho vissuto un tempo di sofferenza ma anche di resilienza, di capacità di far vincere la vita anche in mezzo alle situazioni più tragiche. Dopo le sofferenze e fughe a ripetizione a causa dei gruppi armati che saccheggiavano e distruggevano interi villaggi, la gente tornava ed era capace di risorgere ancora. Si vive insieme, li si accompagna, li si vede fuggire e talvolta si fugge con loro, e poi si torna, si ricostruisce, torna la vita, la gioia, il canto: ho vissuto con loro in un continuo mistero pasquale. Mi hanno insegnato a vedere la vita con speranza, a credere che si può rinascere anche dalle situazioni più drammatiche.
Nella parrocchia di Luvungi, nella Pianura della Ruzizi, nel Sud-Kivu, ho avuto la fortuna di lavorare con bambini, adolescenti e giovani, nella scuola e nella pastorale, ed è stato lavorare nel settore della vita, della speranza. Ho cercato di aiutare i giovani a mettere in risalto il positivo in loro: il desiderio di studiare, di essere qualcuno, di sposarsi bene; ho cercato di incoraggiarli a cercare nuove vie, a essere critici davanti alla realtà, aperti al mondo, ai valori che sono umani prima ancora che specificamente cristiani. Lavorando con loro, ho sentito di toccare con mano il futuro di un popolo. In particolare, ho sempre avuto a cuore che le bambine potessero studiare. Quando sono arrivata a Luvungi, nel 1995, la maggioranza degli alunni erano maschi; quando ne sono partita, alla fine del 2012, erano metà maschi e metà femmine e c’erano già delle donne insegnanti.
In quegli anni, la gente faceva un vero pasto solo alla sera, al ritorno dai campi. L’alimento base è la polenta di manioca, con una salsa e, se possibile, con qualche pesciolino o pezzettini di carne. Solo nelle feste o quando ci sono visite importanti, chi può mangia il pollo o la capra. Lo Stato non fornisce assistenza sanitaria gratuita: la famiglia si cura con il poco che guadagna dai campi e dal piccolo commercio. Anche la scuola era largamente sulle spalle dei genitori. I bambini possono andare con vestiti stracci tutta la settimana, però la domenica si vestono a festa e dicevano a noi: “Perché vi vestite come tutti i giorni?”. Ci hanno insegnato a valorizzare i segni. Aver vissuto tanti anni con queste persone concrete, con la loro storia, la vita, le speranze, i desideri di vivere meglio, di conoscere il Signore, ha fatto sì che questo popolo sia per me il mio popolo.
Ora vivo in Messico in un tempo in cui il popolo messicano sta soffrendo molto, in una guerra implicita, dove tanta gente è uccisa, sparisce, dove i diritti sono calpestati e si ripetono storie come quelle del Congo. Sento ancora di vivere una situazione in cui non riusciamo a dare risposte concrete a queste sofferenze, alla sofferenza che comporta il vivere in una subcultura in cui il narcotraffico e la corruzione dettano legge, dove i gruppi organizzati di tipo mafioso sfruttano e ammazzano giovani, bambine, bambini, anche migranti che attraversano il Messico, li vendono o vendono i loro organi, dove ci sono i traffici dove governo e trafficanti si mescolano, per interessi economici. A ciò si è aggiunto il dramma della pandemia.

Come il popolo congolese, anche quello messicano vive la resilienza, vuole andare avanti. Uno dei compiti che sento molto forte è il ministero di consolazione: ascoltare, essere presenti, accompagnare, essere solidali nel dolore e nella sofferenza della gente. Questo può cambiare il cuore delle persone, può aiutarci tutti a camminare insieme, a creare una sensibilizzazione affinché i diritti umani siano rispettati, e può aiutare anche, come il Samaritano, a lenire le ferite, spesso molto profonde.




