La fragilità come luogo di incontro
Questo è stato il titolo scelto da alcuni giovani di Milano per l’incontro su zoom con noi Saveriane e altri giovani di Cava de’ Tirreni, il 25 aprile. Siamo stati tutti provocati da queste domande: Come vivo la mancanza in questo periodo? Come vivo la fragilità, mi chiudo o sono trasparente verso l’altro?
Elisabetta Pelucchi, una nostra sorella, ci ha aiutati ad alzare, o sarebbe meglio dire ad inabissare lo sguardo nella profondità della parola di Dio, per trovare quei fili che tessono propria questa nostra umanità: “Penso a quel volto di un Dio fragile rivelato da Gesù… a partire dalla sua nascita, quando poi ha sonno e si addormenta su una barca, quando è stanco e si siede su un pozzo chiedendo da bere ad una donna, quando ha fame e si arrabbia tanto da maledire un albero di fichi che non portava frutto semplicemente perché fuori stagione… allora noi non dobbiamo stupirci delle nostre fragilità, perché siamo creati a immagine e somiglianza di quel Dio che si mostra fragile, non qualcuno da raggiungere ad altezze vertiginose per assomigliarvi”.

Dalla nostra condivisione è emerso che questo tempo ha portato forse più a galla questo mondo di sabbie mobili che era già dentro di noi, provocandoci a scegliere come vivere questa fragilità. Essa è qualcosa di ontologico che ci costituisce e ci appartiene, un grosso pezzo di noi, una parte importante che ci rende unici e deve trasparire. Sicuramente se condivisa, e non rinchiusa in noi stessi, diventa necessaria per essere più umani. La fragilità non è poesia, ma è un luogo che può diventare trampolino per qualcosa di nuovo; è come il pane, che lo gusti se non è tutto d’un pezzo, solo se spezzato, rotto, dove anche le briciole possono nutrire. Non sempre è però possibile trovare quella potenzialità dentro di sé solo con le proprie forze, se non c’è un abbraccio di qualcuno, non esclusivamente fisico, che tocca quel limite e dice “vai bene così”… la fragilità non ha senso se siamo da soli.
Non ha importanza quale tipo di difficoltà stiamo vivendo, piccola o grossa, perché quell’essere messi a nudo collettivo ci mette in comunione. La fragilità ha espressioni diverse, a volte meno evidenti, ma sempre importanti, e il condividerle, il confrontarle, qualsiasi peso abbiano, legittima l’altro a dire le sue, con libertà e trasparenza.
Certo va maneggiata con cura, come un pacco di valore che proprio perché è prezioso potrebbe rompersi, ma perciò è positiva, un punto di forza non di mancanza; ed è con questo sguardo che si impara a trattare la fragilità anche degli altri, con i guanti, con delicatezza.
Un’educatrice di persone con disabilità gravi ha condiviso il suo scoprirsi vulnerabile proprio stando a stretto contatto con loro, chiedendosi come poteva sostenere con le sue difficoltà quelle dell’altro. La sfida per lei rimane, ed è cambiare continuamente sguardo sulle fragilità, non restare fissi su quei limiti, cercando con creatività di incontrarsi proprio lì.

Elisabetta ha concluso facendo riferimento a una figura dell’AT, di cui parla anche il Papa nella sua lettera apostolica post sinodale ai giovani: “In Gedeone riconosciamo la sincerità dei giovani, che non hanno l’abitudine di addolcire la realtà. Quando gli fu detto che il Signore era con lui, rispose: «Se il Signore è con noi, perché ci è capitato tutto questo?». Dio però non fu infastidito da quel rimprovero e gli raddoppiò la posta in gioco: «Va’ con questa tua forza e salva Israele» (Gdc 6,13-14)”. Gedeone vive in un periodo storico un po’ come il nostro, in cui il popolo di Israele si sente oppresso dai nemici, e preso da molta paura si adatta a luoghi chiusi e nascosti sulle montagne, come noi che per paura dobbiamo adattarci ai nostri luoghi sicuri, come le stanze o i conventi per salvarci. Dio sa che Gedeone ha delle potenzialità che non ha ancora tirato fuori, aldilà delle sue paure e della sua mancanze, e apprezza la sua trasparenza di giovane nell’obiettare… da fiducia alla forza che vede in lui. A Gedeone, simbolo di povertà e piccolezza, il Signore dice: “Io sono con te”. Alla fine affronterà i nemici con un piccolo gruppo di israeliti, e vincerà non con la potenza di una battaglia, ma con un espediente creativo suggerito da Dio (con trombe, brocche di creta e fiaccole). Vince attraverso delle fragilità: quella sua condivisa con quella dell’agire di Dio. Chi più dei giovani può mostrare questo volto creativo e in uscita della chiesa, con la forza di idee nuove affidate alle mani di Dio! “Io, giovane con Dio, posso essere così creativo, da poter vivere la vulnerabilità e fragilità come un dono di più amore”.







