Catene di solidarietà: il Vangelo vissuto tra i più poveri
Il contesto di ricerca del benessere in cui vive oggi l’uomo occidentale, provoca in noi un certo rifiuto della povertà.
Ci è difficile, anche se siamo nati in essa, concepirla come “normale” nella vita. Il contesto ci spinge ogni giorno a cercare come affrontarla e, ancora di più, in molte occasioni, come evitarla. Il nostro spirito, con una certa acutezza, ci spinge a cercare in un modo o nell’altro di non incontrarla.
La domanda è: perché? Perché preferiamo appoggiarci all’illusione di non incontrarla, di evitarla? Sembra quasi un compito quotidiano per molti di noi.
Questo “affanno” tocca anche la vita consacrata. Credo di sì. “Sorprendentemente Gesù non pensa a ciò che il gruppo dei suoi seguaci deve portare con sé, ma precisamente a ciò che non deve portare per non distanziarsi troppo dagli ultimi”¹. Io lo credo e così l’ho sperimentato.
Ciò che il Signore desidera dai suoi seguaci è una libertà che non si acquisisce se non in Lui. E se porti con te una tunica di ricambio — ci dice — sarà per andare incontro a colui che incontrerai lungo il cammino e che ne avrà bisogno. Siamo chiamati a una tale libertà di spirito che essa diventi la nostra unica guida di azione e il nostro stile di vita.
Uno stile che si trasforma in incontro fraterno, dove il nostro unico salario è un sorriso accompagnato da una parola semplice ma profonda: “Grazie”.
Vivere in questa libertà ci porta a creare catene di solidarietà.
Tra i poveri ci sono sempre i più poveri, come ci insegna il Vangelo: le vedove, gli orfani, le prostitute, le donne sterili, i lebbrosi, gli epilettici… categorie di persone che, a causa delle loro sofferenze, sembrerebbero aver perso perfino la loro dignità.
Si chiamava HASTA. Viveva a Berem, in Ciad, una delle nostre missioni in Africa.
Era una donna relativamente giovane; non credo avesse più di cinquant’anni, ma il modo in cui viveva la faceva apparire molto più anziana.
In gioventù — diceva la gente — aveva vissuto come “gaulanga”, prostituta. Aveva seguito un uomo, e questo la portò a vivere per strada, poiché la famiglia dell’uomo non l’aveva accettata. Più tardi l’uomo morì e la sua situazione peggiorò.
Quando la incontrai, non aveva praticamente luogo dove vivere. Si diceva che abitasse con un’altra donna che, come lei, in gioventù era stata prostituta.
Parlare di casa a Berem significa parlare di una piccola stanza di adobe, di due metri di diametro e un metro e mezzo di altezza, senza finestre, con una porta coperta da una tenda di paglia per impedire l’ingresso degli animali.
Ogni settimana veniva a casa nostra, dove riceveva un po’ di tè e qualche moneta per comprare qualcosa da mangiare, acquisti che spesso finivano nelle mani di ladri, forse ancora più poveri di lei.
A volte la lavavamo e le offrivamo vestiti puliti, quasi sempre provenienti dall’armadio di qualche sorella. Alla fine, un sorriso e un “grazie” riempivano il cuore.
Perdettero la loro casa, poiché il proprietario del terreno le sfrattò. Ancora una volta la strada divenne il suo dormitorio.
Passava di casa in casa dove poteva dormire o mangiare qualcosa. L’altra donna trovò qualcuno che la accolse, ma lei no.
Nella comunità cristiana, dopo vari tentativi, una coppia donò un piccolo pezzo di terreno davanti alla propria casa. Con l’aiuto di diverse persone si costruì una piccola stanza dove potesse vivere.
Gravemente malata, fu assistita da un infermiere che si prendeva cura di lei e cercava famiglie che potessero accoglierla durante le cure.
In più di un’occasione la trasportavamo su una carriola quando le forze l’abbandonavano del tutto. Non mancò mai una persona caritatevole pronta ad aiutare. Quando recuperava un po’ di forza, tornava a ringraziare, sempre con un sorriso.
Poco a poco le forze la lasciarono definitivamente e la malattia la portò via, nel silenzio. La donna che aveva donato il terreno venne di buon mattino ad avvisarci che l’avevano trovata morta nella sua casetta.
Come da tradizione, fu sepolta lo stesso giorno. Al suo funerale erano presenti la coppia che l’aveva aiutata, alcune persone della comunità cristiana e noi, le sorelle.
Hasta, nella sua povertà, ci ha portato a vivere catene di solidarietà, a vivere quella carità che “fa male” perché vorremmo che questa povertà non esistesse — ma esiste — ed è lì per spingerci a vivere una carità che rende solidale l’umanità, che libera il nostro spirito e ci parla di Vangelo.






