Testimonianza missionaria: una fraternità che trasforma
«Ecco quanto è buono e quanto è soave che i fratelli vivano insieme!», esclama il salmista. Voglia il Signore che la nostra Società offra sempre questo spettacolo consolante, e certamente lo offrirà se la carità di Cristo, così come ce la descrive il sublime Apostolo delle Genti, regolerà tutte le relazioni tra i fratelli e farà di tutti i membri che la compongono un solo cuore e un’anima sola.
(Lettera-Testamento n. 9, San Guido Maria Conforti)
Mi chiamo Rubén Antonio Macias Sapien, missionario saveriano originario di Guadalajara, Jalisco. Sono nato in una famiglia cittadina composta da otto figli e da genitori colmi di fede e di amore per i loro figli. Mio padre, Rubén Antonio Macias Hermosillo (+), e mia madre, Rosa Yolanda Sapien Fuentes, ci hanno sempre insegnato, con le parole e con l’esempio, a vivere l’unità familiare fondata sull’amore, sul rispetto e sull’aiuto reciproco. Essendo otto fratelli, tutti di età molto vicina, siamo cresciuti insieme, accompagnandoci nei nostri percorsi sotto le sagge parole dei nostri genitori e il loro luminoso esempio, che si manifestava davanti a noi con grande chiarezza.
Essi furono sempre fattore di unità e di amore nelle loro famiglie di origine; sia mio padre con i suoi fratelli, sia mia madre con i suoi. E non solo: i miei genitori hanno sempre fatto parte di qualche movimento ecclesiale, nei quali vedevamo come si cercasse di vivere quell’amore e quella unità, anche quando non vi erano altri legami se non quelli della fede. Davvero, quotidianamente, vedevamo realizzarsi ciò che il salmista proclama e che San Guido Maria Conforti esalta nella sua lettera-testamento: «Ecco quanto è buono e soave che i fratelli vivano insieme!». Posso dire, con immensa gratitudine verso la mia famiglia, di essere cresciuto come testimone di questa realtà evangelica: la fraternità.
All’età di undici anni, quando stavo per concludere la scuola primaria e con la certezza di sentirmi chiamato alla missione attraverso il sacerdozio, Dio mi diede l’opportunità di conoscere la famiglia saveriana e di scoprire in essa la possibilità di continuare a vivere quell’amore, quell’unità e quella fraternità, ma ora con persone che non erano la mia famiglia di sangue, bensì compagni di una stessa missione: rispondere a una chiamata di Dio, a una vocazione missionaria. Lasciai così la mia famiglia di sangue per entrare nella casa di formazione dei Missionari Saveriani, a San Juan del Río, Querétaro.
Pur essendo molto giovane e lontano dalla mia casa, dai miei genitori e dai miei fratelli, trovai nuovamente nei formatori e nei compagni quell’ambiente e quella realtà di unità, sostegno, rispetto, solidarietà, in una parola, di amore. Ma non solo: grazie alla formazione ricevuta scoprii che l’origine di ogni amore autentico deve essere la croce di Cristo; sull’esempio vivo di San Guido Maria Conforti, che esclamava ai piedi del crocifisso: «Così si ama!».
Durante tutti gli anni di formazione ho potuto scoprire l’amore di Cristo, sia nei momenti di preghiera continua, sia negli insegnamenti dei formatori e soprattutto nella vita comunitaria con loro e con i miei compagni. Cristo era sempre presente. Ricordo in modo particolare le parole di uno dei formatori: «Siamo stati chiamati a questa vita per amare, e la misura di questo amore la troverai sempre nel Crocifisso».
«Caritas Christi urget nos» (2 Cor 5,14) era l’espressione che ricorreva costantemente, quella che aveva tanto entusiasmato San Guido Maria Conforti e che incoraggiava profondamente anche me durante quegli anni di formazione.
«L’amore di Cristo ci spinge». Ricordo che molti dei miei compagni di corso parlavano spesso di questo e cercavamo di metterlo in pratica: ci aiutavamo, ci accompagnavamo, eravamo sempre disponibili al servizio e alla dedizione per la comunità e per la casa; anche nell’apostolato, cercando sempre di servire i poveri e le persone nel bisogno. Furono anni felici, perché avevo scoperto l’amore di Cristo che dava senso alla nostra fraternità, alla nostra famiglia saveriana.
«Non dimenticate mai che l’Apostolo di Cristo deve, sull’esempio del suo Divino Maestro, passare in mezzo alla gente aiutando tutti, offrendo a tutti le sue cure amorevoli, soccorrendo in ogni tipo di necessità e diffondendo su tutti le benedizioni celesti. E adempirete questo sublime mandato se il vostro cuore sarà sempre animato dalla carità di Cristo, che accoglie tutti, che si fa tutto per tutti, per condurre tutti a Dio». (25 gennaio 1907, Parma, II Lettera circolare: FCT 1, 281)
Queste parole di San Guido Maria Conforti descrivono con chiarezza ciò che mi ha motivato a vivere quegli anni di formazione e come sono potuto andare oltre quanto avevo appreso nella mia famiglia. È vero che ho ricevuto un’educazione familiare che ha facilitato il mio desiderio di vivere l’unità e di costruire fraternità, ma nella formazione ho scoperto Cristo e il suo modo di amare. Ed è questa, per me, la ragione che ha motivato la mia dedizione alla missione e il modo in cui desideravo vivere la mia vocazione missionaria: «Fare del mondo una famiglia in Cristo».
Nel 2000 ho lasciato il mio Paese per annunciare il Vangelo in Burundi. Lì ho trovato anzitutto una comunità saveriana che mi ha offerto ancora una volta tante possibilità di amare e di servire, ma anche un Paese segnato dall’odio razziale, dalla guerra tribale, dalla morte, dal rancore, dalla povertà e dalla miseria. Fin dal mio arrivo ho compreso che non erano importanti molti discorsi o molte parole, ma semplicemente gesti di amore, di tenerezza e di fraternità.
Anche quando ho sperimentato sulla mia pelle la violenza e l’odio, quando la nostra vita è stata in pericolo, quando le mie mani hanno toccato il sangue delle nostre sorelle saveriane martiri, quando mi sono sentito impotente e ferito da tanto odio, nel mio cuore risuonavano quelle parole di Conforti ai piedi della Croce: «Così si ama!».
«La carità divina tutto crede, tutto spera, tutto sopporta; supera ogni cosa e trionfa su tutto, perché è forte come la morte ed è tale perché trae vita e nutrimento dal Martire divino del Calvario». (20 giugno 1920, Parma – Istituto delle Maestre Luigine, Discorso: “La beata Luisa de Marillac…”: FCT 27, 18)
Cari lettori, quando una persona ha incontrato Cristo e si è lasciata inondare dal suo amore, quando ha imparato a leggere gli avvenimenti della propria vita a partire da questo asse portante («Caritas Christi urget nos»), tutta la vita diventa un’opportunità per amare: ciò che è positivo e ordinario, ma anche ciò che è negativo, imprevisto e fuori dal nostro controllo. Tutto.
Nulla potrà separarci dall’amore di Cristo… in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per mezzo di Colui che ci ha amati (cfr. Rm 8,37-38).
La fraternità centrata in Cristo ha dato un senso profondo alla mia vita e non solo ha trasformato la mia capacità di amare, ma ha anche dato alla mia vita sacerdotale missionaria una direzione chiara: vivere come missionario testimone dell’amore di Cristo e promotore di fraternità tra le persone con cui vivo e verso coloro ai quali sono stato inviato.
«Ciò che abbiamo visto e udito, questo noi annunciamo» (1 Gv 1,3).




