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Missionarie di Maria
SAVERIANE

Vivere è Cristo, morire un guadagno!

1745
17 Marzo 2023

Prima di stoppare il viaggio con Paolo affrontato insieme, si deve giungere alla tappa delicata e significativa nella storia dell’apostolo e di ogni essere umano: la morte. Essa è stata affrontata con modalità opposte per convinzioni religiose, filosofiche, belliche, sociali, rituali, politiche. Sia esempio Socrate, il quale andò incontro al momento finale con decisione, saggezza, volontà, fortezza d’animo e incoraggiando amici e discepoli. I vangeli mostrano che Gesù non scappa nel momento decisivo, sebbene soffra, chieda aiuto, viva l’angoscia, provi la solitudine e l’abbandono. Atteggiamenti diversificati, che manifestano quale posto occupi nell’esistenza umana il passaggio finale.

            Paolo richiama più volte nei suoi scritti la morte in ordine alle più varie argomentazioni. Ci pare di trovare un filo conduttore comune ai diversi ragionamenti: Paolo desidera morire per unirsi a Cristo, ma è ben convinto che il ministero della parola e della carità lo obblighino a vivere in modo pieno e responsabile il dono dell’esistenza. “Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno. Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa debba scegliere. Sono messo alle strette infatti tra queste due cose: da una parte il desiderio di essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; d'altra parte, è più necessario per voi che io rimanga nella carne” (Fil 1,21-24).

            L’esigenza di permettere alla parola che fruttifichi prevale sulla bramosia personale di unirsi a Cristo. Ottima direzione di vita! Non è il parametro individuale a primeggiare, ma la comunione ecclesiale, il dono fraterno, l’empatia della carità collettiva. Si era intravisto questo principio anche nell’esigenza di non osservare la legge solo per formalismo, ma per evitare scandali e smarrimenti per i meno formati (ad es. 1 Cor 8, 9.11.13).

La teologia paolina – come siamo stati avvezzi a notare – ha approfondito la scissione tra morte e vita, legando i concetti alla fede e, di contro, al peccato. Paolo si riferisce alla morte in rapporto al peccato e la vita alla grazia e all’appartenenza a Cristo. “Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui. (…) Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Rom 6,8.11). La morte definitiva non è corrispondente all’ultimo respiro fisico, ma il legame al peccato, al male, alla falsa libertà, il groviglio delle colpe e l’ergersi a unica misura di amore. È proprio la chiusura al dono, il rifiuto di una salvezza ricevuta, il rigetto della comunione di fede a determinare la sconfitta immutabile dell’esistenza.

In questa prospettiva si può evitare di giudicare Paolo come un esaltato, un orgoglioso, un narcisistico predicatore quando scrive “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,19-20). Orizzonte aperto per i credenti: “Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio” (Col 3,3).

Michele Corona

Sposato con Emanuela, vive in provincia di Oristano. Licenziato in Teologia Morale e Scienze bibliche. Dottore di ricerca in epigrafia semitica. Collabora con varie diocesi, parrocchie e istituzioni di vario genere nella divulgazione biblica e nella riflessione credente a partire dalla Parola di Dio. Giornalista e appassionato di comunicazione, con la propensione per la didattica.