Preparate la via del Signore

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«Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio...» comincia così quello che potrebbe essere considerato il vero inizio del Vangelo di Luca. L’apertura è solenne e tutto fa pensare che seguirà una storia degna dei più grandi personaggi politici e religiosi di quel momento:

Tiberio, Pilato, Erode, Filippo, Lisania, Anna e Caifa... E invece lo sguardo dell’evangelista cade su Giovanni, figlio di Zaccaria. Il contrasto è davvero stridente perché Zaccaria era un sacerdote minore della numerosa schiera di adetti al culto del Tempio di Gerusalemme. Poiché il sacerdozio era ereditario, Giovanni, quel figlio unico avuto contro ogni speranza, avrebbe dovuto seguirne le orme, ma non fu così. Scelse il deserto, o meglio, il deserto scelse lui. La storia del Battista, che prelude a quella di Gesù inizia dove era iniziata la storia del popolo d’Israele: lì, in quella terra di mezzo, tra l’Egitto opressore prima e Babilonia dopo, e la terra di Palestina, la terra promessa, che non fu mai davvero del popolo. Terra di prova, di stenti, di solitudine e fame, ma anche terra di speranza. Bisognava attraversare il deserto per giungere alla libertà, per giungere alla vita piena.

Era questa la promessa che Dio aveva fatto al suo popolo per bocca dei profeti. E questa promessa, questa parola «avvenne, cadde» – dice letteralmente il testo – sul Battista, quando era nel deserto. La parola non è mai nella Bibbia una semplice informazione, un mezzo per comunicare verità o concetti astratti. La Parola è la carne viva di Dio, è ciò che esprime nei fatti la passione, la solidarietà e l’amore che nutre nei confronti delle sue creature. Il profeta è colui che si lascia trascinare dentro a queste viscere di misericordia del nostro Dio.

Nel deserto Giovanni è avvampato da questo fuoco interiore che lo spinge a percorrere tutte le regioni del Giordano predicando un battesimo di conversione dei peccati. Molti profeti avevano visto nell’esilio di Babilonia il castigo di Dio verso il popolo infedele, ma era battista 11.jpgcomunque un castigo motivato dal desiderio di scuoterlo, di salvarlo dalla propria cecità. «Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù perché ha ricevuto doppio castigo per i suoi peccati»: con questo grido si apriva il Libro della consolazione, scritto dal secondo Isaia durante la prigionia babilonese. Quasi a dire che era Dio a essere pentito di quell’eccesso di sofferenze, e che era lui ora a volerle mitigare. Ecco allora che incita il profeta ad aprire strade nel deserto, a colmare valli e ad abassare monti, affinché il popolo ritorni alla terra d’Israele per un cammino piano, senza pericoli (Is 40,2-5). Giovanni riparte da qui perché quella strada di ritorno al Signore non era stata percorsa del tutto e quella terra non era ancora il regno da lui voluto. Qualcosa di nuovo è alle porte, le antiche promesse stanno per compiersi.

A differenza di Matteo e di Marco, Luca continua nella citazione e aggiunge: «Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!». La salvezza a cui Giovanni invita a preparare il cammino, non è solo per Israele, ma per ogni uomo e donna, per ogni cultura e nazione.

Ed è nel silenzio del deserto, nella sua assoluta sobrietà, lì dove la vita può perire per un nonnulla, dove più che mai si è in balia della natura e della bontà altrui, lì vuole giungere la Parola e avvolgerci nel fuoco della sua passione. Saremo pronti e disposti ad ascoltarla? Le vie nel deserto non si aprono da sole, né si raddrizzano magicamente. È tempo di silenzio, ma anche tempo di mettere mano a vanghe e pale per liberare il nostro udito da tante voci e distrazioni. È tempo per correggere strade che ci hanno allontanato dalla promessa del Signore. È tempo di consolazione.

Missionarie di Maria - Saveriane

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