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Tra tanti mercenari, un Pastore

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Le immagini del pastore e del mercenario non sono più familiari alla maggior parte di noi, però quanto esse esprimono è estremamente attuale. Perché noi sentiamo acutamente la freddezza di un mondo ove si moltiplicano i mercenari.

 Quelli che vengono a noi con fare suadente, ma cercando il proprio interesse, poco importa se noi ne facciamo le spese e sperimentiamo freddo, desolazione, solitudine. Amori mercenari, cure mercenarie, relazioni mercenarie, propaganda mercenaria… Tanti fanno mostra d’interesse e d’attenzione ma in realtà tendono tranelli.

A livello di popoli accade lo stesso. I popoli impoveriti sono ormai disincantati di fronte ai grandi del mondo che dichiarano interesse, preoccupazione per le loro condizioni, che fanno promesse e doni che coprono interessi di ben maggior peso. Il flusso di denaro che esce dall’Africa supera quello degli “aiuti umanitari”.

Se siamo facili a cadere nei tranelli dei mercenari, è perché abbiamo fame e sete di un interesse vero, di un amore sincero, di una proposta che voglia davvero venirci incontro. Desideriamo tanto relazioni di questo genere che non ci stanchiamo di illuderci, e di cadere nei tranelli.

Gesù è stato un uomo dalle relazioni vere. Un uomo che ha amato davvero. Un uomo che non ha illuso nessuno né usato nessuno per farsi strada. L’unicità della figura di Gesù è bene espressa dalla figura del buon Pastore, il Pastore bello, il Pastore opportuno, confrontata a quella del mercenario, cui “non importa delle pecore”.

A Gesù le persone sono importate, noi importiamo. Al punto che ha dato la vita per noi. Chi cercava e ancora cerca presso di lui il potere dei miracoli è invitato a confrontarsi con questi versetti straordinari: “Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio” (Gv 10,17-18).

Questo è il potere che ha sconfitto il demonio, che da sempre soffia negli orecchi degli umani l’invito a vivere per se stessi. A lui, Gesù oppone la libertà di dare la vita. La sua morte non è stata un incidente, ma il volontario dono della vita, significato dal consapevole viaggio verso la sua Pasqua, dall’eucarestia in cui, anticipando chi gli rapirà la vita, dice: “Prendete, mangiate… questo è il mio corpo… Bevetene tutti… questo è il mio sangue…”.

Da allora, noi pecore che non eravamo dell’ovile ma che lui ha raccolto e conduce, possiamo, con la stessa libertà attinta alla sua, esercitare lo stesso potere, quello di dare gratuitamente la nostra vita. Il mondo ha fame e sete di cristiani che amino davvero, che osino davvero il dono di sé a servizio dell’altro. Gesù è stato il cuore del mondo, ha ridato calore a un’umanità strapazzata dall’interesse. Vivere la Pasqua è lasciar abitare in noi questo buon Pastore, per umanizzare questo mondo che Dio ha tanto amato.

IV Domenica di Pasqua B, 22 aprile 2017 - Letture At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18

Missionarie di Maria - Saveriane

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