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La Provvidenza cammina con noi

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Mercedes Murgia, attualmente in Casa Madre al servizio delle Sorelle ammalate, ha vissuto trentasei anni nella Repubblica Democratica del Congo, soprattutto impegnata nel servizio di ostetrica.

Tante volte nella mia professione di ostetrica nel Sud-Kivu, ho toccato con mano la provvidenza di Dio, la sua misericordia onnipotente. Noi siamo semplici strumenti di un Dio che accompagna con amore le sue creature.

Una volta con Delia ed altri passeggeri, eravamo in viaggio tra Nakiliza e Fizi. Andavamo piano perché cercavamo dove vendessero i pesci di fiume: volevamo infatti acquistarne alcuni. A un certo punto ci venne incontro un uomo, agitato, chiedendo il nostro aiuto: sua moglie doveva partorire, ma il bambino non voleva nascere. Andai da lei con Delia, mentre gli uomini che viaggiavano con noi si riposavano sul prato.

La donna era là, appoggiata a una tavola contro un tronco. Le ostetriche tradizionali non riuscivano a farla partorire. “Mi hanno fatto spingere tutta la notte”, disse la donna esausta. Le feci preparare una bevanda zuccherata e la donna si riprese un po’.

Senza guanti ne strumenti, la visitai, raddrizzai la testolina del bimbo. Le cose sembravano mettersi bene. Intanto arrivò l’infermiere che avevano fatto chiamare. Visto che c’ero, si sedette tranquillamente su una pietra e si mise a leggere il suo manuale di ostetricia.

Mi apprestai a partire, per non far tardare i viaggiatori. Essi però mi dissero: “Noi restiamo finché ci dirai tu”. Così, con Delia restammo vicine alla mamma. Con l’aiuto delle donne presenti, la bimba finalmente venne al mondo, con grande sollievo e gioia di tutti. Delia lasciò alla mamma gli antibiotici che le avevo dato per il suo mal di denti. Partimmo.

Anni dopo, trovandomi a passare per quella stessa strada, mi fermai per salutare la famiglia. Mi venne incontro una bella bimba vestita di tutto punto. La mamma aveva in braccio un altro bimbo. Il marito mi disse: “Vista la difficoltà del parto precedente, stavolta ho accompagnato per tempo mia moglie all’ospedale e tutto è andato bene”.

Una donna di Nakiliza aveva avuto dodici figli, tutti morti, o nel grembo all’ottavo mese o appena nati. Ci mettemmo d’impegno a seguirla con ogni cura, perché potesse avere un bimbo vivo. Erano tempi di tensione fra le due tribù maggioritarie, i Babembe e i Babuyu. La donna era della tribù dei Babembe. “Il bimbo si chiamerà ‘Amani’ (pace) - dicevo -, pace fra Babembe e Babuyu”.

Da due giorni era in travaglio e al terzo io dovevo partire per Bukavu. Pregavo dentro di me: “Signore, se deve nascere morto, fa’ che nasca quando ci sono io”. L’ostetrica che lasciavo, infatti, era della tribù dei Babuyu e un bimbo morto avrebbe potuto causare sospetti. Quando tornai il bimbo era nato, era vivo, con gioia di tutti.

Quand’ero a Luvungi, a volte più volte al giorno e anche di notte ho percorso in macchina i 25 km che separano il nostro Centro Sanitario dall’ospedale di Kiliba, per accompagnare donne in difficoltà di parto. Eppure, quando i temibili militari Paracommando erano nella zona, non c’è mai stato bisogno di accompagnare nessuna donna…                                                                                                                                                                   

 

Missionarie di Maria - Saveriane

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