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“Luce ai miei passi è la tua Parola, luce al mio cammino”

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Vorrei condividere un’esperienza che spesso mi ritrovo a vivere e che in tante occasioni mi viene condivisa.[1] In che misura l’incontro con la parola di Dio ci raggiunge e ci abilita al cambiamento?

Come l’incontro con la rivelazione biblica ci fa desiderare di essere popolo in cammino, fiduciosi di essere condotti attraverso terre e luoghi che non abitano la nostra mente e il nostro cuore?

La rivelazione biblica ci fa quotidianamente una proposta invitandoci a un’autentica esperienza interiore che ha come conseguenza quella di condurci su altri sentieri, su altre vie, attraverso altre esperienze. Esse chiedono una rinnovata fiducia in quel Dio che pretendiamo di conoscere e invece abbiamo solo incasellato nei nostri piccoli e gretti schemi obbligandolo a essere simile a noi, a dar ragione alle nostre teorie e vedute.

La rivelazione biblica ci invita a vivere un’esperienza nuova, a permettere che, attraverso la Parola, noi diveniamo capaci di osservare la realtà con occhi nuovi e di lasciarci coinvolgere in questa dinamica di novità. E quindi essere disposti a interrogarci, a lasciarci condurre, ad allenarci quotidianamente per vedere-capire-comprendere alla luce della Parola ciò che accade in noi e attorno a noi. “La Parola – ha scritto papa Francesco - ha in sé una potenzialità che non possiamo prevedere” (EG 22).

Alcuni personaggi biblici in un primo momento hanno resistito all’incontro con la Parola e poi sono divenuti docili al Dio della vita. Mosè all’inizio preferisce la tranquillità dei pascoli di Ietro suo suocero piuttosto che lasciarsi coinvolgere con Dio nel progetto che lo porterà a essere uno dei più grandi personaggi della Bibbia, colui con il quale Dio parlava faccia a faccia.

Per il popolo d’Israele, l’attaccamento a una pentola di cipolle rappresenta una tal sicurezza da resistere a ogni proposta di fiducia e abbandono al piano di Dio, che lo condurrà poi alla libertà e alla vita, non senza però il consenso del popolo.

Per Giona, invece, non ha senso offrire la propria persona e il proprio tempo per rendersi spettatore della misericordia di Dio per un altro popolo. Preferisce fuggire lontano da Ninive e, credendosi in pace, si ritrova a mettere a rischio la vita di molti naviganti…

Che dire di Pietro e suoi compagni, quando chiedono a Gesù se valeva veramente la pena di aver abbandonato le reti e la famiglia per seguirlo in un’avventura che non aveva nulla di sicurezza e tranquillità; “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa dunque ne otterremo?”(Mt 19,27).

Lo spirito delle Beatitudini ci può aiutare in questo non facile percorso che ci porta a un vero esodo da noi stessi: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Povertà è disponibilità a metterci in cammino ogni giorno per lasciarci condurre non dove vogliamo noi, ma dove ci sarà data possibilità di incontrare e Dio e il nostro essere più profondo.

Attraverso l’incontro con la Parola, pian piano scopriremo non tanto che Dio è cambiato, ma piuttosto che è cambiata la nostra disposizione ad accoglierlo diverso da come lo avevamo immaginato. Ciò farà del bene non solo a noi ma anche a coloro che incontreremo.

Ci incoraggia un invito che nella rivelazione appare molte volte : “Non temere!”. Come i discepoli di Emmaus diremo: “Non ci ardeva il cuore in petto mentre conversava con noi e ci spiegava le Scritture?”(Lc 24,32); o, come Maria: “Eccomi, sono la serva del Signore, si compia in me la tua Parola” (Lc 1,38). Nessun tempo e nessun contesto storico ci apparirà allora arduo, ma diverrà tempo e spazio per crescere nella comprensione di noi e del progetto d’amore del Signore.

[1] Per questa condivisione prendo spunto da: “La biblia y su espiritualidad”; Richard Rohr, SAL TERRAE 2012.

Missionarie di Maria - Saveriane

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